Esistono diritti naturali?

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Il giusnaturalismo, nella sua forma più generale, è la tesi per cui i diritti sono un fatto naturale. Secondo Norberto Bobbio, però, questa tesi è insostenibile, perché si fonda su una fallacia naturalistica. Nel saggio Giusnaturalismo e positivismo giuridico, scrive infatti:

Che un certo evento sia naturale è o dovrebbe essere un giudizio di fatto, ricavato dall’osservazione di ciò che accade per lo più tra gli uomini, materia, oggi si direbbe, di ricerche empiriche come l’antropologia o la sociologia. Che quello stesso evento sia da approvarsi come giusto e da condannarsi come ingiusto è invece un giudizio di valore. Ma come è possibile dedurre un giudizio di valore da un giudizio di fatto? Ho chiesto invano ai giusnaturalisti una risposta soddisfacente a questa domanda.

A mio parere, in questo passo Bobbio mostra di confondere due nozioni che, per il giusnaturalista, sono essenzialmente diverse: la nozione, appunto, di “diritto” (jus) con la nozione di legge morale (lex). Se un diritto fosse una norma morale di un certo tipo, allora la critica di Bobbio sarebbe valida. Ma le cose non stanno esattamente così. Vediamo perché.

Un diritto è un nihil obstat morale, cioè una qualunque azione non soggetta a una norma morale. Questo punto, come dicevo, è molto importante e va chiarito subito, perché molti, tra cui Bobbio, tendono a confondere il diritto (jus) con la norma morale (lex). Queste due nozioni, invece, si escludono a vicenda, nel senso che, laddove c’è un diritto, non c’è una norma morale, e viceversa. Vorrei illustrare il senso di quanto ho appena detto facendo un esempio.

Prendiamo la seguente asserzione: “Io ho il diritto di farmi un tatuaggio.”

Che cosa vuol dire la parola “diritto” in questo contesto? Vuol dire che sono libero di farmi un tatuaggio. E cosa vuol dire “essere liberi”? Vuol dire che l’azione di tatuarmi non è vincolata ad alcuna norma o prescrizione morale. Se lo fosse, non sarei libero di farmi un tatuaggio, ma avrei piuttosto l’obbligo o il dovere morale di farmelo, oppure di non farmelo. Dove c’è un diritto c’è, dunque, una libertà, e dove c’è una libertà non ci sono leggi morali. Questo nesso tra diritto e libertà è stato ben compreso da Hobbes, il quale scrive, nel suo Leviatano:

il DIRITTO consiste nella libertà di fare o di astenersi dal fare, mentre la LEGGE determina e vincola a una delle due cose; cosicché la legge e il diritto differiscono come l’obbligo e la libertà che sono incompatibili in una sola e medesima materia. (Hobbes, 1651, p. 134)

C’è un secondo punto che è importante evidenziare. Se avere un diritto significa essere liberi di fare (o di non fare) una certa cosa, chiunque mi costringa a farla (o a non farla) sta violando la mia libertà. Se ho il diritto di farmi un tatuaggio, chiunque mi costringa a farmelo (o a non farmelo) sta violando un mio diritto. Quindi: laddove esiste un diritto per l’individuo x, esiste anche un corrispondente dovere da parte degli altri individui di non interferire con quel diritto. La mia affermazione di poco fa, per cui dove c’è un diritto non c’è una norma morale va precisata in questo modo: dove c’è un diritto per me, vi è una corrispondente norma morale per gli altri, la norma che prescrive loro di rispettare il mio diritto. Se io sono libero di tatuarmi, gli altri hanno l’obbligo di non interferire. Ovviamente, se gli altri sono, a loro volta, liberi di tatuarsi, allora anche io ho l’obbligo di non interferire.

Se però io fossi l’unico abitante di un’isola, potrei fare qualunque cosa senza tema di violare i diritti di alcuno. La mia libertà sarebbe, allora, incondizionata. Non ci sarebbero norme morali da rispettare, ma continuerebbero a esistere i miei diritti. I diritti sono, in questo senso, un fatto pre-sociale, nel senso che esistono anche indipendentemente dalla società. Le norme morali sono, invece, un fatto essenzialmente sociale perché, per avere una prescrizione morale di qualsiasi tipo, devono esistere almeno due persone. Se i diritti sono un fatto pre-sociale, questo significa che non dipendono da un contratto sociale. Nessun contratto sociale può creare dal nulla dei diritti che prima non esistevano. Il massimo che può fare un contratto sociale è riconoscere dei diritti preesistenti, cioè convertire i diritti naturali in diritti positivi.

L’uso dell’aggettivo “naturale” in riferimento alla nozione di “diritto” non va equivocato. Non intendo suggerire che, fra le varie proprietà naturali che caratterizzano un essere umano, vi sia anche quella di possedere dei diritti, come se l’avere un diritto fosse un fatto empirico e osservabile, paragonabile all’avere cinque dita o gli occhi castani. Un diritto è “naturale” nel senso specificato sopra, che esiste anche indipendentemente dalla società. In un’isola deserta io ho il diritto di costruirmi una capanna semplicemente perché non ci sono ragioni morali che mi impediscano di farlo.

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BOBBIO, NORBERTO (1965), Giusnaturalismo e positivismo giuridico, Laterza, Roma-Bari.

HOBBES, THOMAS (1651), Leviathan or The Matter, Form and Power of a Common Wealth Ecclesiastical and Civil. Tr. it. Leviatano, Rizzoli, Milano 2016.

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Fallacie informali: la fallacia naturalistica

Fallacia naturalistica

Vorrei modestamente proporre di ribattezzare il Family Day col nome di Naturalistic Fallacy Day, cioè il Giorno della Fallacia Naturalistica. La fallacia naturalistica è l’errore che consiste nel derivare principi o regole morali a partire da fatti naturali. Dal fatto che in natura le cose vadano in un certo modo non segue affatto che debbano andare in quel modo. L’errore è quindi un non sequitur.

Un esempio da manuale di questa fallacia ce lo ha offerto Carlo Giovanardi, proprio oggi, quando ha affermato:

Vorrei vedere due uomini da soli su un’isola deserta se riescono a fare un figlio, dopo possiamo anche parlare di diritti.

L’argomento di Giovanardi è dunque il seguente:

(1) Una coppia formata da individui di uno stesso sesso non può avere figli in modo naturale, quindi

(2) una coppia formata da individui di uno stesso sesso non ha il diritto di avere figli.

La premessa (1) è un fatto di natura, la conclusione (2) è invece un giudizio etico. Giovanardi non spiega però come si passa da (1) a (2).

Per capire cosa non va in questo ragionamento considerate i seguenti controesempi:

(1) Giovanardi non può guarire dall’appendicite in modo naturale, quindi

(2) Giovanardi non ha il diritto all’appendicectomia.

Oppure:

(1) Giovanardi non può camminare naturalmente con le sue gambe, quindi

(2) Giovanardi non ha diritto alla sedia a rotelle.

O infine:

(1) Giovanardi non può volare naturalmente, quindi

(3) Giovanardi non il diritto di prendere l’aereo.

PS: il lettore più attento avrà notato che lo stesso tipo di fallacia può facilmente giustificare visioni eugenetiche.