Fichte e la cosa in sé

Fichte

Per quale motivo gli idealisti pensano che non esista alcuna realtà al di là del pensiero? In un dialogo intitolato Rapporto chiaro come il sole per un più vasto pubblico sull’essenza della più recente filosofia. Un tentativo di costringere il lettore a capire (1801) Fichte cerca di rispondere a questa domanda. Consideriamo la seguente situazione. Fissiamo la lancetta di un orologio al tempo t0. La lancetta si trova sul punto A del quadrante. Poi facciamo altro e ci dimentichiamo dell’orologio. Ma al tempo t1 torniamo a guardare l’orologio, e notiamo che la lancetta si trova nel punto B. Un realista spiegherebbe questo fatto nel modo seguente. Nell’intervallo di tempo tra t0 e t1 la lancetta si è mossa da A a B. Questo vuol dire che gli eventi del mondo possono accadere anche quando io non li percepisco, anche quando non li penso. Fichte, però, non è d’accordo, e argomenta in questo modo:

L’AUTORE – Hai guardato questo movimento, lo hai esperito, lo hai vissuto?

IL LETTORE – Come potevo, se stavo ragionando con te e il mio intero io era immerso in questo ragionare ed era riempito di ciò?

L’AUTORE – Come sai allora di questo muoversi della lancetta del tuo orologio? Soffermiamoci su questo.

IL LETTORE – Prima ho guardato davvero il mio orologio e ho percepito il posto in cui stava la lancetta. Adesso lo guardo ancora e non trovo più la lancetta nello stesso posto, ma in un altro. Io deduco dal meccanismo del mio orologio, che prima mi è diventato noto allo stesso modo della percezione, che la lancetta, durante il tempo che ragionavo, si è mossa lentamente.

L’AUTORE – […] Potresti dire questo, lo sapresti [che la lancetta si è mossa], se […] non facessi ancora attenzione almeno una volta alla lancetta e non avessi ottenuto a seguito della percezione reale la conclusione che si trova in un altro posto rispetto a prima?

IL LETTORE – Senza dubbio in tal modo non lo avrei saputo. (499-501)

Fino a questo punto, Fichte ha semplicemente detto: l’affermazione che la lancetta dell’orologio si è mossa mentre non la percepivo si basa su due percezioni e un’inferenza:

  1. La percezione al tempo t0 della lancetta mentre si trovava nel punto A.
  2. La percezione al tempo t1 della lancetta mentre si trovava nel punto B.
  3. L’inferenza per cui, durante l’intervallo intercorso tra t0 e t1, la lancetta si è mossa da A a B.

Questa inferenza è corretta solo se si assume che la lancetta che vediamo al tempo t0 in A è la stessa lancetta che vediamo al tempo t1 in B. Non siamo logicamente obbligati ad assumere questa cosa. Potremmo dire, ad esempio, che si tratta di due lancette numericamente diverse. Ma per affermare una cosa del genere dovremmo avere delle ragioni. Il semplice fatto che un’ipotesi sia logicamente possibile non è una buona ragione per ritenere che sia vera. Non solo, ma le ragioni che sostengono questa ipotesi dovrebbero essere migliori di quelle che sostengono l’ipotesi alternativa.

Ora, curiosamente Fichte non mette in discussione l’idea che la lancetta in t0 sia diversa dalla lancetta in t1. Al contrario, accetta questa idea, e ciononostante pensa che sia possibile negare ciò che ne segue (il fatto, cioè, che la lancetta si è mossa mentre non la percepivo), sulla base di questo argomento:

L’AUTORE – […] la tua affermazione che la lancetta […] è progredita nell’intervallo, quando non la percepisci, non può significare altro che: tu l’avresti percepita come tale che si muoveva in questo intervallo se le avessi prestato attenzione. Perciò affermando un fatto esterno alla tua vita tu asserisci solo un fatto possibile della tua propria vita, un possibile movimento e riempimento di questa vita dalla prima della lancetta alla seconda; tu integri e vi poni all’interno una serie di osservazioni possibili tra i limiti delle due reali. (501)

Ora questo è un puro non sequitur: l’affermazione che la lancetta si è mossa quando non la percepivo non equivale affatto all’affermazione che l’avrei percepita se l’avessi guardata. Le due affermazioni non sono equivalenti perché, come ho cercato di mostrare, la prima dipende solo dall’assunto che la lancetta che percepisco in t1 è la stessa che avevo percepito in t0. Se si assume l’identità numerica della lancetta, l’inferenza realista è corretta.

 

Fichte, J. G. (1794-1804) Scritti sulla dottrina della scienza. 1794-1804. Mondadori, Milano 2008.

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