La filosofia non è retorica

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L’Apologia di Socrate si apre con queste parole:

Io non so quale sia, o cittadini ateniesi, l’impressione che avete provato nel sentire i miei accusatori. Infatti, per poco anch’io non mi dimenticavo di me stesso, così convincente era il modo in cui parlavano. Eppure di vero, per dirla in breve, non hanno detto proprio nulla. […] Invece da me voi udrete tutta quanta la verità. Però, per Zeus, o cittadini ateniesi, voi non ascolterete da me discorsi ornati con belle frasi e con belle parole, come quelli di costoro e neanche ben ordinati. Udrete, invece, cose dette un po’ a caso con le parole che mi capitano. Infatti, sono convinto che sia giusto quanto affermo. E nessuno di voi si attenda altro da me.

Platone, Apologia di Socrate, 17 A – C

Queste parole dovrebbero far parte del codice deontologico di ogni filosofo degno di questo nome. Il compito del filosofo non è quello di persuadere il proprio interlocutore con argomenti retorici, ma è quello di sforzarsi di dire la verità. Nel farlo, deve cercare di essere il più chiaro ed elementare possibile. Se alla fine l’interlocutore sarà persuaso, tanto meglio, altrimenti, pazienza!

Le parole di Socrate dovrebbero anche servire da monito per coloro che sono chiamati a esprimere un giudizio sulle opinioni degli altri. Quando ascoltate un discorso, non fatevi distrarre dai suoi aspetti retorici: poco importa se l’oratore parla con enfasi, se scandisce bene le parole, se fa pause ad effetto, se riesce a coinvolgere emotivamente l’uditorio, se appare sicuro di sé, o se usa un linguaggio solenne. Tutte queste cose possono aiutare a mantenere viva l’attenzione dell’uditorio, ma non dimostrano che abbia ragione.

L’unica cosa che dovete chiedervi invece è questa: se la conclusione del suo ragionamento segue dalle premesse, e se le premesse sono vere o, per lo meno, plausibili. Sono, in altre parole, gli aspetti logici, e non quelli retorici, che conferiscono valore a un discorso. Su questo punto mi permetto di rimandarvi a una cosa che ho scritto qualche tempo fa.

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La filosofia ai tempi di Facebook

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C’è un’idea che mi è capitato di sentire più volte: che non si può veramente discutere di filosofia su Facebook. Non so quali fossero esattamente le ragioni dei sostenitori di questa idea, ma ho provato a immaginare quella che mi sembra la più plausibile:

…perché non puoi veramente argomentare: è vero che Facebook, a differenza di Twitter, non impone un numero definito di caratteri e che, in teoria, uno può scrivere testi molto lunghi. Ma di fatto si è costretti a contenere i propri interventi in uno spazio ragionevolmente breve. Anche un post di 6000 caratteri potrebbe comunque essere troppo breve, perché ci sono tesi che richiedono lunghe catene di argomentazioni. Immaginate se Darwin avesse voluto diffondere su Facebook le argomentazioni che sorreggono la teoria della selezione naturale! Ci sarebbe riuscito? No di certo. Le discussioni serie richiedono lunghi discorsi, ed è per questo che esistono i libri.

Interminati spazi?

Ora questo argomento mi sembra quanto meno esagerato: è vero che ci sono teorie che, per essere pienamente giustificate, richiedono lunghe catene di argomentazioni, ma non è sempre così. Prendiamo un esempio famoso. Nel 1963 Edmund Gettier pubblica un articolo per mostrare che, contrariamente a quanto si era fino a quel momento pensato, la conoscenza non è un insieme di credenze vere giustificate. Sapete quanti caratteri contiene quell’articolo? 5132! Ciò significa che potreste tranquillamente stamparlo tutto nello spazio di una sola pagina, usando il carattere Times New Roman 12. D’accordo, non sarà paragonabile ai Principia Mathematica, ma è pur sempre un articolo importante, che ha suscitato un intenso dibattito nel mondo accademico. Non è vero, dunque, che non si può assolutamente argomentare in uno spazio breve. Ci sono argomenti che possono essere facilmente contenuti nello spazio di poche righe e che possono essere discussi in scambi brevi e serrati. E cosa impedisce di farlo anche su Facebook?

Il tutto e le parti

A pensarci bene, non è nemmeno vero che non è mai possibile discutere le grandi teorie in spazi brevi. Basta che ci mettiamo d’accordo sullo scopo della discussione. Forse non potremmo fare un bilancio complessivo della Somma teologica di Tommaso d’Aquino, ma nulla ci impedisce di discutere parti specifiche di quell’opera. Per esempio, potremmo fare una discussione sulle prove dell’esistenza di Dio (ciascuna delle quali, per inciso, occupa uno spazio anche inferiore dell’articolo di Gettier). E anche le opere fortemente organiche come l’Enciclopedia delle scienze in compendio di Hegel possono essere discusse nelle loro parti. L’idea che non si possa mai estrapolare un micro-argomento da un contesto più ampio allo scopo di discuterlo criticamente è, di nuovo, frutto di un’esagerazione, e si fonda su di un fraintendimento della natura stessa dell’argomentazione filosofica.

Supponiamo che io voglia dimostrare che la storia universale è la manifestazione del Maligno nel mondo, e che per farlo abbia bisogno di una catena di 666 pagine di argomentazioni. Ora, per quanto lunga, un’argomentazione non è un pastone informe, ma sarà sempre formata da una serie di premesse e conclusioni. E in ogni punto dell’argomentazione è lecito chiedersi se le premesse che lo formano sono vere e se la conclusione segue dalle premesse. È vero che la verità delle premesse di un argomento può dipendere (e spesso dipende) da premesse più generali, ma questo non vuol dire che non ci si possa comunque interrogare sulla coerenza tra le premesse specifiche e le conclusioni specifiche. Inoltre, è sempre possibile andare a reperire quelle premesse generali da cui l’intero discorso scaturisce, ed esaminarle a parte.

Un’agorà… nel bene e nel male!

Più che a una sala conferenze dove ciascuno parla ex cathedra senza mai essere interrotto (salvo alla fine), Facebook assomiglia a un’agorà, una piazza virtuale dove uno esprime in modo molto sintetico le proprie idee e dove gli altri si mettono immediatamente a discutere con lui: richiedendo dei chiarimenti, facendo obiezioni, proponendo idee alternative e, qualche volta, insultando. Non c’è nulla che possa avvenire nella grande agorà di Facebook che non possa avvenire in un’agorà reale. Nel bene come nel male! Naturalmente questo può essere molto frustrante, perché non sempre le discussioni avvengono in punta di fioretto. Spesso ti sembra di fare la lotta greco-romana nel fango. C’è un bel detto di un anonimo che dice: “Discutere con certe persone è come giocare a scacchi con un piccione. Puoi essere anche il campione del mondo ma il piccione farà cadere tutti i pezzi, cagherà sulla scacchiera e poi se ne andrà camminando impettito come se avesse vinto lui.”

Questo però non è un problema di Facebook, ma della gente che ci sta dietro. Se guardate un qualunque dibattito televisivo (da Uomini e Donne a Otto e Mezzo) vedrete che i colpi bassi non mancano mai, come non mancano nei dialoghi di Platone, che sono così belli da leggere anche per quello. Noi umani siamo fatti così. Vogliamo vincere nelle dispute, e spesso siamo pronti a usare ogni mezzo pur di riuscirci. Con questo, naturalmente, non voglio giustificare l’uso dei colpi bassi nelle discussioni. Sto solo dicendo che, se è impossibile discutere di filosofia su Facebook, allora lo era anche per Socrate nell’agorà di Atene. E badate che Socrate non discuteva solo con raffinati cultori della materia, ma con calzolai, carpentieri, vasai, con la gente comune.

Ma Eco non ha detto che “i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli”?

Sì, lo ha detto, e non ho mai trovato questa battuta particolarmente felice, anche perché non si capisce bene cosa si vorrebbe insinuare. Voleva forse dire Eco che agli imbecilli non deve essere dato il diritto di parola? Non penso che volesse dire una cosa del genere. Forse allora voleva dire che i social, per come sono fatti, non rispettano le gerarchie, perché non tengono conto del grado di competenza dei partecipanti alle discussioni. Tutti hanno diritto di parola nei social, e la parola di un Nobel vale quanto quella di un complottaro. Anche l’ultimo degli imbecilli può criticare le opinioni di un Rovelli su Facebook. Rovelli, se vuole rispondere, deve in qualche modo mettersi al suo stesso livello. Questo è vero, certamente.

Ma allora? Dove starebbe esattamente il problema? A parte il fatto che nessuno obbliga Rovelli a rispondere a tutte le critiche che gli vengono mosse (specie a quelle idiote), resta comunque il fatto che, se scrivi una cosa nel tuo profilo Facebook, vuol dire che acconsenti a condividerla con la cerchia delle persone a cui hai permesso di vedere quello che scrivi. Chi ha dato a queste persone il diritto di replica? Ma tu, ovviamente, nel momento in cui le hai ammesse nella tua cerchia di amici! Nessuno ti ha obbligato a farlo, così come nessuno ti obbliga a farlo in futuro. Se vuoi che le tue cose siano giudicate da una cerchia ristretta di esperti, non hai che da trovare il posto giusto per farlo. Ci sono un sacco di riviste specializzate che sono completamente fuori dalla portata delle legioni di imbecilli di cui parla Eco. Non solo, ma Facebook ti dà anche il potere del tutto legittimo di togliere la parola agli imbecilli che scrivono sul tuo profilo. Se quello che scrive un tuo “amico” non ti piace, o se lo trovi offensivo, puoi sempre cancellarlo dalle tue amicizie, oppure puoi impedirgli di scrivere nella tua bacheca o di vedere quello che scrivi. Dopotutto, la bacheca è la tua, e tu hai tutto il diritto di decidere chi ci può scrivere e chi no. Se invece vai a scrivere in uno spazio pubblico come un forum o altre cose del genere, devi stare alle regole e accettare le critiche, oppure andartene.

In summa…

Insomma, io non penso che non si possa proprio discutere di filosofia su Facebook. È vero che molte discussioni sono una perdita di tempo, che spesso si gira intorno ai problemi senza mai venire a capo di nulla, ma non mi sembra che ci siano delle ragioni strutturali che impediscano un confronto proficuo. Nella mia esperienza, ho visto che la differenza la fanno sempre le persone. Quando discuto con gente brava (e tra i miei contatti c’è della gente che io reputo veramente brava), imparo sempre qualcosa, mi chiarisco le idee su molte questioni, vengo spinto a vedere le cose da punti di vista differenti. E se questo non è fare filosofia, allora non so più cosa lo sia.

5 libri di filosofia per cominciare

Di seguito troverete una serie di libri buoni per iniziare a fare filosofia. Occhio che cliccando sui titoli troverete le schede dei testi su Amazon.

Se avete bisogno di altri consigli commentate qua sotto, oppure contattatemi via Facebook.

Warburton, Nigel, Il primo libro di filosofia, Einaudi, pp. 194.

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Secondo me la migliore introduzione generale alla filosofia reperibile in Italia. Il libro è sintetico, ben scritto, facile da leggere, e affronta la filosofia per problemi. I problemi trattati sono: esiste Dio? Cos’è giusto e sbagliato? Cos’è l’uguaglianza? Cosa possiamo conoscere? Cos’è la scienza? Cos’è la mente? Cos’è l’arte?

Bencivenga, Ermanno, Filosofia. Nuove istruzioni per l’uso, Mondadori, pp. 155.

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Ottimo libretto di un filosofo italiano che insegna da molti anni in America. Ogni capitolo parte dall’esposizione di un caso che solleva un problema filosofico. Ad esempio: se è vero che Babbo Natale non esiste, come può essere vero anche che gira in slitta?

Warburton, Nigel, Libertà di parola, Cortina, pp. 125.

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Libretto agile che affronta una serie di problemi etici legati al tema della libertà di parola. Quali sono i suoi limiti? Bisogna censurare la pornografia? Che ne è della libertà di parola nell’epoca di internet?

Baggini, Julian, Il tassista, il poeta e il senso della vita, Cairo, pp. 200.

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La domanda delle domande: ha un senso la vita? Bel libro, ben scritto, di facile lettura, ma per nulla banale.

Baggini, Julian, Etica, Dedalo, pp. 208.

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Il fine giustifica i mezzi? Cos’è una guerra giusta? Il sesso è un problema morale? In questo libro troverete dei tentativi di rispondere a queste e ad altre domande.

 

A cosa serve la filosofia? (Risposta a una lettrice/lettore)

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Una lettrice o lettore (non ho ben capito) del mio blog mi scrive:

A cosa serve la filosofia? E’ qualcosa che è bene fare?
Io la studio all’università. Ma nei momenti bui (scetticismo; devo scrivere/leggere un paper, ma non ne ho minimamente voglia; parenti e amici mi guardano dall’alto in basso e io ne soffro) bramo una risposta diversa dal semplice “Mi piace e non vedo che altro potrei fare”.

A differenza di molti filosofi, che si impermalosiscono quando viene chiesto loro a cosa serve la filosofia, io penso che questa domanda sia importante e che meriti una risposta. La mia è questa.

Primo. La filosofia serve a risolvere problemi. Non condivido per nulla l’idea di coloro per i quali la filosofia sarebbe una specie di contemplazione disinteressata della realtà. Ritengo che questo modo di intendere la filosofia sia profondamente fuorviante e che non rifletta la pratica reale del filosofare. Un filosofo, come dice Aristotele, è uno che innanzitutto si meraviglia del fatto che le cose non stanno come lui aveva pensato e che vuole vederci chiaro. Per un filosofo il mondo non è uno spettacolo da contemplare, ma un enigma da sciogliere. Se non scorgi il carattere enigmatico del mondo, non puoi sentire il bisogno della filosofia, e quindi ti sembrerà inutile. Anzi, ti sembrerà che il filosofo si complichi inutilmente la vita, perché si inventa dei problemi che non esistono.

Secondo. A differenza di molti miei colleghi, io non credo affatto che la filosofia abbia un oggetto particolare o privilegiato di studio. Ad esempio, non credo per nulla a quella minchionata per cui la filosofia si occupa del tutto o del senso dell’essere, mentre le scienze si occupano di aspetti particolari della realtà. Ciò è semplicemente falso. La filosofia si occupa di moltissimi problemi, alcuni generali, altri particolari. Certi problemi sono molto concreti e possono essere avvertiti nella vita di tutti i giorni anche dal non filosofo. Pensa ad esempio, a questi problemi di natura etica:

  1. È giusto mantenere in vita un individuo in coma irreversibile, semplicemente perché disponiamo della tecnologia per farlo?
  2. È giusto permettere a una donna di mettere il proprio utero in affitto per permettere a una coppia sterile di avere dei figli?
  3. Ci sono dei casi in cui la tortura è moralmente accettabile?
  4. Ci sono dei casi in cui una guerra preventiva è moralmente accettabile?
  5. Ci sono delle cose che non possono essere messe in vendita?
  6. Ci sono limiti alla libertà di espressione?
  7. Qual è la migliore forma di governo?
  8. Come devo condurre la mia vita?

La lista potrebbe andare avanti all’infinito. I problemi di cui la filosofia si occupa non sono mai irrilevanti, ma sono sempre problemi reali. Alcuni sono più concreti e facilmente avvertibili, altri sono più astratti e difficili da avvertire. I problemi etici sono più urgenti e concreti, ma ci sono altri problemi tipicamente filosofici che sono altrettanto importanti. Pensa ad esempio a questi problemi epistemologici:

  1. Esiste una linea di demarcazione tra la scienza e la pseudoscienza?
  2. Cosa rende il metodo scientifico affidabile?
  3. Quali sono i criteri per cui si può affermare che una certa credenza è razionalmente giustificata?
  4. Una teoria scientifica funziona perché è vera, oppure la definiamo “vera” perché funziona? O nessuna di queste due opzioni?
  5. È possibile costruire una scienza a partire dall’esperienza, oppure a partire da un insieme di principi che sono veri a priori?

Il contributo che i filosofi hanno portato per rispondere a queste domande è stato immenso. Non tanto perché abbiano trovato delle risposte definitive (è un po’ ingenuo credere nelle risposte definitive), ma perché ci hanno permesso di mettere a fuoco meglio i problemi e soprattutto di evitare un sacco di errori.

Terzo. La filosofia è molto utile anche a livello individuale, perché raffina il senso critico delle persone. Chi studia filosofia dovrebbe imparare a pensare criticamente, a mettere in questione i luoghi comuni, a individuare gli errori e le fallace nei ragionamenti degli altri e anche nei propri. In questo senso, la filosofia può essere vista come un vaccino contro le stronzate. Bertrand Russell esprimeva questo concetto molto meglio di me, e scriveva:

Gli uomini temono il pensiero più di ogni altra cosa al mondo – più della rovina, anche più della morte. Il pensiero è sovversivo e rivoluzionario, distruttivo e terribile; il pensiero non ha pietà del privilegio, delle istituzioni stabilite e delle comode abitudini; il pensiero è anarchico e fuorilegge, indifferente all’autorità, incurante della collaudata saggezza dei secoli. Il pensiero scruta la fossa dell’inferno senza paura. Vede l’uomo, un flebile granello, circondato da insondabili profondità di silenzio; eppure ha un portamento orgoglioso, impassibile, come se fosse il signore dell’universo. Il pensiero è grande e fulmineo e libero, è la luce del mondo e la più grande gloria dell’uomo. Ma se il pensiero diventa il possesso di molti, e non il privilegio di pochi, abbiamo finito di aver paura.

 

 

Chiacchiere da bar sul mondo, il linguaggio e la cosa in sé

Tempo fa, in un bar di Venezia, ho avuto occasione di sentire la seguente argomentazione: la distinzione che il realista fa tra il linguaggio e la realtà è priva di senso. Infatti, se proviamo a dire che cosa sarebbe questa realtà che esiste indipendentemente dal linguaggio, dobbiamo descriverlo usando il linguaggio. Ma ciò è contraddittorio. Quindi tutto è linguaggio.

Questo argomento è molto interessante perché ricalca la struttura logica dell’argomento con cui gli idealisti credono di sbarazzarsi della cosa in sé. Essi dicono: la distinzione che il realista fa tra pensiero e mondo è priva di senso. Infatti, nel momento stesso in cui affermiamo che qualcosa esiste indipendentemente dal pensiero stiamo, appunto, pensando quel qualcosa. Ma ciò è contraddittorio. Quindi tutto è pensiero.

Ora, il problema di questo argomento è che non prova nulla. Letteralmente! E’ vero che per riferirmi a un albero lo devo nominare, ed è vero che se lo voglio descrivere devo servirmi del linguaggio, ma ciò non prova affatto che l’albero sia fatto delle parole che lo descrivono.
Questo argomento è simile a quello di chi dicesse: se vuoi vedere ciò che vi è in questa stanza devi accendere la luce. Benissimo, ma questo prova solo che io non posso vedere senza luce, e non che l’esistenza delle cose di questa stanza dipende da o consiste nella luce che le illumina.
Allo stesso modo, l’argomento idealista non prova niente, perché vale sia nel caso in cui l’idealista abbia ragione (la cosa in sé non esiste), sia nel caso in cui abbia torto (la cosa in sé esiste). Se la cosa in sé esistesse, dovremmo comunque pensarla per poterci riferire ad essa.