Elogio dell’imperfezione: intervista a Matteo Plebani

Plebani

Se non avete mai letto niente di Matteo Plebani, questo è il momento di cominciare, specie se vi interessa la filosofia della matematica. Matteo ha pubblicato, in Italia, una bella Introduzione alla filosofia della matematica e, per chi parla inglese, insieme a Francesco Berto, Ontology and Metaontology: A Contemporary Guide. Altri articoli suoi li potete leggere qui.

L’ho raggiunto per scambiare due chiacchiere. Gli ho dato carta bianca e questo è quello che ne è venuto fuori.

Allora, di cosa ti piacerebbe parlare?

Mah, di come un percorso di laurea, dottorato, multipli post docs in filosofia possa alla fin fine renderti una persona migliore.

Può? E perché mai?

Perché è un percorso duro e per andare avanti bisogna sviluppare alcune virtù, come la pazienza o l’umiltà, se non si vuole perdere la bussola.

Ma non trovi che molta gente venga un po’ corrotta dall’ambiente accademico?

Può succedere, ma secondo me se uno cede al lato oscuro ne paga le conseguenze. Mi spiego con un esempio.

Vai!

Se uno decide di ripetere per tutta la vita certe dottrine (perché in certi ambienti fanno figo, per compiacere il proprio supervisore, i colleghi, chi sia) ha scarse possibilità di fare carriera in filosofia, perché i ripetitori di dottrine altrui sono noiosi e nessuno se li fila. Se una passa la vita semplicemente criticare le dottrine altrui, in pochi se la fileranno perché a un certo punto anche questo stanca e la gente non ti sta più ad ascoltare/leggere.

Quindi tu dici che, per fare strada in quell’ambiente, devi essere originale?

Sì, in generale devi capire che la filosofia è una conversazione con altri ed è importante, per partecipare a questa conversazione, interagire in modo fruttuoso con le idee degli altri. Per esempio imparare ad ascoltare (più spesso leggere) con attenzione e pensare: come posso contribuire a questo dibattito? Vederla così, come uno sforzo collettivo, aiuta anche a liberarsi dall’idea che l’obiettivo per un filosofo sia “avere ragione”. Il punto è far progredire la ricerca, ma tante volte per farlo bisogna imbarcarsi in progetti che non raggiungono l’obiettivo che si prefiggono.

Ok, ma fammi fare un po’ l’avvocato del diavolo. Non hai l’impressione che a volte questi dialoghi siano un po’ fasulli. Voglio dire: spesso mi è capitato di assistere a conferenze dove all’oratore venivano fatte obiezioni facili, in modo tale da permettergli di far bella figura. La logica è quella del: tu non rompi le palle a me, e io non le rompo a te.

Mah, può succedere, certo. A dire il vero alle conferenze a cui partecipo di solito le domande sono molto carogna, pure troppo.

E anche questo può essere un modo di mettersi in mostra. Non trovi?

Sì, certo, ci sarebbe molto da dire anche su questo. Josh Parsons aveva un bell’articoletto al proposito.

Io, ad esempio, faccio molta fatica a discutere di filosofia in modo costruttivo con la gente. Ci sono pochissimi individui con cui posso venire a capo di un problema, o almeno fare progressi, discutendone insieme.

È il problema di quelli che Parsons chiama “point scorers” [cioè quelli a cui interessa soltanto “fare punti”, vincere].

Nella stragrande maggioranza dei casi è tutta una competizione per chi ce l’ha più vero!

Sì, succede, ma, di nuovo, è uno spreco di tempo. Il filosofo più produttivo che conosca (cioè quello con il miglior rapporto sforzo profuso/risultato ottenuto) è Francesco Berto. E lui, se noti, non lo fa mai, perché semplicemente non conviene. Nel tempo in cui gli haters si arrabbiano, lui scrive un paper. Una cosa che aiuta a cambiare la percezione di come funziona la filosofia a livello professionistico è passare dalla parte dei giudici, dopo essere stati sul banco dei giudicati.

Spiegati.

Per esempio, a me alcune volte delle riviste mandano dei papers da referare, cioè mi viene chiesto se l’articolo merita o meno di essere pubblicato. In quella condizione è interessante prendere nota di quali articoli tendo a scartare e quali ad accettare. Se un paper è un piacere da leggere, è originale, provocatorio, insomma mi tiene sveglio, finisco di leggerlo presto quando ancora sono fresco e pieno di energie, e in questi casi penso: “Scommetto che anche ad altri piacerebbe leggerlo”, e normalmente consiglio di pubblicarlo. Oh, tutte queste sono ovvietà. Però quando uno le vive sulla propria pelle scopre che queste ovvietà possono aiutarti, perché se impari a metterti nelle prospettiva di chi ti leggerà impari a scrivere articoli migliori.

Per me la scuola di chiarezza è il fatto di dover spiegare Kant a degli adolescenti. Se non ti fai capire entro tre secondi ti mandano a fare in culo.

Certo, quello è un grande banco di prova. Per dire, un’altra esperienza utile è quando incontri qualcuno che ti fa una domanda per aiutarti a chiarirti le idee, o a svilupparle. Quando persone così (e ce ne sono) ti aiutano a migliorare la tua presentazione/articolo allora capisci veramente cos’è una conversazione utile, e scopri che c’è un’alternativa a fare a gara a chi ce l’ha più vero. Insomma il mio punto generale è che il percorso che si intraprende per diventare un filosofo professionista è duro, costringe a confrontarsi con il fallimento spesso. Ma questo può essere utile.

Fammi un esempio di un tuo fallimento da cui hai imparato qualcosa.

Credo di aver iniziato a fare filosofia della matematica perché mi pareva una cosa da tipi tosti (con tutte le connotazioni maciste del termine), speravo di riuscire a dimostrare qualcosa, a strutturare argomenti inattaccabili che nessuno avrebbe potuto rifiutare e tutte quelle cavolate lì. Non ho dimostrato nessun teorema (nuovo) né ho mai costruito argomenti che ottenessero una approvazione universale. Ogni volta che cerco di fare un punto, c’è qualcuno che non viene convinto.

E per “qualcuno” intendi qualcuno la cui opinione tu rispetti molto.

Buona domanda. Alle volte sì.

Perché, voglio dire, c’è ancora chi non è ancora persuaso del fatto che la terra non è piatta.

Chiaro. No, diciamo che a volte convinco la maggioranza di quelli che vorrei convincere, però in ogni caso ci sarebbe l’aspettativa di un accordo maggiore quando si parla tra esperti.

E quindi cosa hai imparato da questa cosa?

Che è inutile prendersela se non tutti sono d’accordo con me. Che effettivamente, detta così, è una cosa che qualsiasi persona matura dovrebbe aver imparato ben prima di iniziare un dottorato. Ma anche ho imparato a non essere troppo perfezionista, e questa è una cosa che si tende a dimenticare quando si fa un dottorato.

C’è uno spirito popperiano in quello che dici, non trovi?

Sì sì. L’atteggiamento vincente è quello di Priest, descritto qui:

Io non sono un perfezionista. Se capisco di aver sbagliato, semplicemente ci scrivo sopra un altro paper! (Graham Priest)

Su questo sono d’accordissimo. Una buona teoria non deve essere inconfutabile o precisa fin nei minimi termini, ma deve portarti da qualche parte.

Certo. La cosa importante è che la teoria ispiri un progetto di ricerca fruttuoso, che lavorando sulla teoria si ottengano risultati.

Ok, come tireresti le somme di questa chiacchierata?

La mia intenzione era parlare di alcuni aspetti etici del percorso di apprendista filosofo. Non che voglia pormi come esempio da imitare: sono permaloso e vanitoso (come dimostra il mio aver accettato questa intervista) e un rompiscatole. Alla fine delle superiori la mia prof. di Filosofia mi disse: “Matteo, mi raccomando: cerca di non diventare un rompicoglioni”. Temo di essere diventato quello che lei non voleva, ma per lo meno sono un rompiscatole consapevole e intenzionato a non esserlo troppo.
Il succo di quello che volevo dire è che l’addestramento a diventare un filosofo professionista ricorda per certi aspetti l’addestramento alle arti marziali, almeno stando a quello che racconta un esperto di arti marziali e filosofia (Graham Priest, ‘The Martial Arts and Buddhist Philosophy’, pp. 17-28, Royal Institute of Philosophy, Supp. Volume, 73, 2013, scaricabile qui. Scrive Priest:

Anche lo sforzo e l’autodisciplina sono necessari e vengono sviluppati nell’addestramento alle arti marziali. Per cominciare, questi sono richiesti negli esercizi che creano forza e resistenza. Anche le routine di allenamento devono essere ripetute molte volte finché non diventano automatici. Bisogna disciplinare se stessi per fare quello che ci viene detto immediatamente e senza riserva. E si impara l’autodisciplina della pazienza. Per molte cose (come i risultati degli esami di valutazione) bisogna solo aspettare. Un aspetto dell’autodisciplina è particolarmente germanico nel contesto attuale. Nel dojo succederanno spesso delle cose che non ti piacciono: vieni colpito in sparring, si commette un errore in un kata quando tutti stanno guardando, non riesci a passare un esame di valutazione. Devi imparare a lasciarti scivolare questo problema, metterlo dietro di te – per continuare a concentrarsi su ciò che viene dopo.

priest
Graham Priest

Qualcosa di simile vale per la palestra filosofica (dottorato, post doc, post doc2, ecc.). Molto spesso le cose non vanno come vorresti: le tue idee vengono criticate o fraintese, i tuoi articoli rifiutati e le tue richieste di lavoro non vanno a buon fine. Sono colpi altrettanto duri di quelli che prende il karateka. Ma devi imparare ad accettare tutto questo. Queste cose è facile dirle, meno facile viverle, tanto è vero che gli accademici tendono a sclerare.
Un altro aspetto etico è l’importanza di rapportarsi con gli altri; l’ha ben espresso Timothy Williamson qui:

L’argomentazione filosofica non è un monologo nello spazio; è un contributo a una conversazione continua che ci richiede di relazionarsi a ciò che è già stato detto e di comprendere le opinioni di chi non la pensa come noi.

Collegato a questo c’è il tema degli incontri: l’apprendistato filosofico al giorno d’oggi costringe a girare parecchio e spesso nei vagabondaggi si incontrano persone eccezionali (oltre ad un tot di persone sgradevoli). Una delle cose di cui sono più grato sono gli incontri (tra cui uno romantico) che ho fatto in questi anni.

Concludiamo con due domande. La prima è: qual è una teoria che, secondo te, promette bene?

Teorie coraggiose ed interessanti: il lavoro di Stephen Yablo sulla nozione di “Aboutness”. L’aboutness è ciò di cui parla un testo, o una conversazione, o un qualsiasi scambio comunicativo. “Di cosa si parla stasera a Ballarò?”: il cosa di cui si parla a Ballarò è ciò su cui Ballarò è “about”: il tema, l’argomento. Yablo ha idee molto interessanti a proposito (ne parla un po’ qui).
Un altro tema super interessante è il tentativo di Oysten Linnebo e altri di riscattare la nozione di infinito potenziale. L’idea è che l’universo degli insiemi è ‘indefinitamente estendibile’: per quanti insiemi esistano, ne potrebbero esistere di più. L’unica introduzione che ho trovato è questo video.

La seconda domanda è di rito: consiglia ai miei lettori 3 libri da leggere.

Raymond Smullyan, Satana Cantor e l’Infinito
Bertrand Russell, I problemi della filosofia
Tim Williamson, Io ho ragione tu hai torto
Non resisto. Un quarto: Graham Priest, Logic: a very short introduction

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La logica da zero a Franz. Intervista a Francesco Berto

franz

Francesco Berto è una delle persone più intelligenti che io conosca. Dai tempi in cui abbiamo studiato insieme a Ca’ Foscari ha fatto un sacco di strada. Ha insegnato in Italia, in Francia, in Scozia e adesso è ad Amsterdam. Pubblica articoli sulle migliori riviste internazionali. In Italia ha pubblicato alcuni saggi bellissimi, come Tutti pazzi per Gödel! La guida completa al teorema di incompletezzaL’esistenza non è logica. Dal quadrato rotondo ai mondi impossibiliChe cos’è una contraddizione (con Lorenzo Bottai) e Logica da zero a Gödel, un manuale di logica che ha venduto un sacco. Spesso io e Franz chattiamo del più e del meno, ma stavolta gli ho chiesto di fare una chiacchierata da pubblicare nel mio blog. Come sempre, da lui ho imparato delle cose.

Cominciamo da qualcosa di nostalgico. Abbiamo studiato a Ca’ Foscari una vita fa, erano gli anni in cui insegnavano Emanuele Severino, Paolo Leonardi, Tito Perlini. Cosa ti è rimasto di quegli anni?

Ah bello! Un punto forte di Venezia ai tempi era che si studiavano molto i classici. Fra un esame e l’altro, mi son fatto un gran numero di dialoghi platonici, tutta la Metafisica di Aristotele, la Monadologia, tutta la Critica della Ragion Pura, e molto, molto ancora. E l’approccio non era proprio storicistico, bensì fortemente teoretico: con qualche eccezione, non si stava a guardare la tal sotto-interpretazione dell’interpretazione del tal passo da parte del tal glossatore; si andava abbastanza direttamente ai testi. Credo fosse per via dell’impronta severiniana del dipartimento.

Trovi che oggi si leggano poco i classici?

Ho incontrato vari studenti di filosofia in USA e in UK, che li conoscevano poco o nulla. Naturalmente, la mia esperienza non ha rilevanza statistica per l’insegnamento della filosofia in USA e in UK in generale! Però, ho avuto l’impressione che la formazione di questi studenti producesse problemi speculari a quelli che si creano quando, invece, si fa quasi solo storia della filosofia.

Cioè?

Certi miei studenti UK del primo anno si presentavano, che so, con un saggio in cui ritenevano di aver risolto il problema mente-corpo. Sapere che certi problemi filosofici hanno una storia, che ci ha pensato su un tot di gente intelligente, aiuta a vederli in un’ottica migliore. Magari, aiuta a scoprire che la cosa che volevamo sostenere è stata già detta, e criticata in modo efficace.

Manca la prospettiva, insomma. Una volta mi dicevi che avevi provato a far introdurre una cattedra di storia della filosofia in Scozia, ma che l’idea non è piaciuta. Ti avranno visto come un continentale sotto copertura…

Viceversa quando stavo all’Ecole Normale a Parigi, dove si trovano i più selezionati studenti universitari di Francia, c’era il problema inverso: a volte non si riusciva a tirargli fuori un argomento o una discussione originale neanche sotto tortura. Alcuni erano indotti dall’ambiente in cui venivano formati a limitarsi a glossare, indefinitamente a lungo, la storia del problema. Una volta un professore (il quale, fra l’altro, insegna alla Normale di Pisa) ha detto che, quando chiedi a un normalista che ora è, ti fa la storia dell’orologeria.

Tu ti reputeresti un filosofo analitico?

Non ne ho idea.

Tu però ti sei anche occupato di “roba” continentale…

Yes, mi sono occupato di roba etichettata senz’altro come continentale, ad esempio di dialettica hegeliana. L’esperienza ha di sicuro contribuito a una certa insofferenza verso la divisione analitico-continentale, della quale mi dichiaro vittima (scherzosamente), nel seguente senso: molti filosofi che uno potrebbe etichettare come analitici pensano che Hegel, in ogni caso, ci guadagni a non esser letto. Molti che uno potrebbe etichettare come continentali pensano che il mio tentativo di chiarire cosa diavolo potrebbe essere la dialettica, usando certe idee prese dalla filosofia del linguaggio e della logica contemporanee, sia un tradimento dell’oscura profondità del Nostro. Il risultato è che quasi nessuno si è filato quelle ricerche (un’eccezione sono gli hegeliani padovani, come Luca Illetterati o Michela Bordignon; sono anche hegeliani seri, e il loro interesse mi ha onorato).

Adesso di cosa ti stai occupando?

In questo momento mi sto occupando un pochino di automi cellulari e ontologia digitale, perché sto aggiornando una entry della Stanford Encyclopedia of Philosophy in proposito, e ho rispolverato un paper sull’argomento con un paio di amici (fra cui il mio primo PhD, Jacopo Tagliabue). E mi sto occupando molto di come usare logiche modali non classiche per modellare il ragionamento controfattuale e ipotetico ordinario.

Cosa sono le logiche modali? E perché ti interessano?

Le logiche modali studiano inferenze che includono concetti modali, come quelli di necessità e possibilità. Negli anni ’60 Jaakko Hintikka propose di usare queste logiche anche per trattare nozioni epistemologiche, come quelle di conoscenza e credenza. Diversi epistemologi, ad esempio Fred Dretske, hanno seguito idee simili. La proposta è che un tizio sappia che P quando P è vero in qualsiasi alternativa (situazione, scenario possibile) compatibile con l’evidenza che il tizio ha, o possibile per quanto il tizio ne sa. So che piove qui ad Amsterdam perché guardo fuori dalla finestra e vedo che piove: posso escludere qualsiasi situazione in cui non piove ad Amsterdam come candidata a essere il modo in cui le cose stanno. Invece, non ho idea se a Melbourne piova o meno. Per gente come Hintikka o Dretske, questo vuol dire: per quanto ne so, ci sono modi in cui le cose potrebbero stare, in cui a Melbourne piove, e modi in cui le cose potrebbero stare, in cui a Melbourne non piove.

Le logiche modali e le loro semantiche, dette “a mondi possibili“, sono state usate in questo e in molti altri campi: dalla semantica, all’intelligenza artificiale, alla teoria dei giochi. Sono una delle storie di successo della filosofia contemporanea. Solo che, quando usate per nozioni come la credenza, la conoscenza o la concepibilità, hanno un po’ di problemi. Uno è che modellano agenti idealizzati: gente che conosce (crede, concepisce) tutte le conseguenze logiche di quel che conosce (crede, concepisce), e conosce (etc.) anche tutte le leggi logiche. Naturalmente, noi umani non siamo così — non siamo, come si suole dire, “logicamente onniscienti”.

Per esempio, potrei pensare che è possibile che piova su Marte, laddove in realtà (poniamo) ciò non è possibile?

Naturalmente uno può credere possibile — se è questo che intendi — che piova su Marte. Uno può avere informazioni sbagliate in proposito, o non averne affatto. Questo non è un problema di onniscienza logica, però. È un problema di onniscienza logica il fatto che, se tu credi P (a ragione o a torto), e P implica Q, secondo la normale logica epistemica Hintikka-style, tu automaticamente credi Q. Il che è impossibile per agenti cognitivi come noi – se non altro perché le conseguenze logiche di una proposizione sono infinite, le nostre zucche invece no.

Fammi un esempio concreto di un caso in cui la logica standard fallisce.

Io conosco gli assiomi di Peano, che stabiliscono alcune verità aritmetiche elementari (ad esempio, come funzionano l’addizione e la moltiplicazione). Supponiamo che questi assiomi implichino la congettura di Goldbach (ogni numero pari >2 è la somma di due primi). Io non ho idea se la congettura di Goldbach sia vera o meno. Il problema è generale: nella normale logica epistemica, gli agenti cognitivi hanno la seguente caratteristica: sanno (o credono, etc.) tutte le conseguenze logiche di quel che sanno (etc.). La gente non è così. Qualsiasi essere umano x si trova nella seguente condizione: x sa che P, per qualche P. P implica logicamente Q. Ma x non sa che Q.

Ma se x sa che P implica Q?

Ah ottima domanda! Hai toccato il problema della chiusura epistemica. Alcuni dicono: la conoscenza è chiusa sotto le conseguenze logiche sapute. Se x sa che P e sa anche che P implica Q, allora x sa che Q. Altri dicono di no: ci sono casi in cui uno sa che P, sa anche che P implica Q, ma non riesce a concludere il modus ponens. Il che mi fa venire in mente un bell’esperimento in psicologia del ragionamento. Si chiama il suppression task. Ci ha lavorato Ruth Byrne, una psicologa del ragionamento di cui sono grande estimatore. Fa vedere che un sacco di gente che riesce a fare il modus ponens se fornisci loro solo due premesse, P e P -> Q (“Se P, allora Q”), non riesce più a farlo se fornisci loro una premessa aggiuntiva (di un certo tipo). In particolare, se l’input consiste in tre premesse, P, ‘Se P allora Q’, ‘Se R allora Q’, dove R ha un certo contenuto, e uno chiede al soggetto: ‘Cosa ne segue?’, molta gente fa fatica a concludere Q.

Fammi un esempio

(1) P -> Q: “Se Giulia deve finire di scrivere un saggio, allora studierà fino a tardi in biblioteca.”

(2) P: “Giulia deve finire di scrivere un saggio.”

Quasi tutti concludono Q: “Giulia studierà fino a tardi in biblioteca.”.

Se però, oltre a fornire ai soggetti quelle due premesse, P -> Q e P, gliene dai una terza:

(3) R -> Q: “Se la biblioteca è aperta fino a tardi, allora Giulia ci studierà fino a tardi”

… Le percentuali crollano: se ricordo bene, oltre il 60% non riesce più a fare il modus ponens usando P -> Q e P, concludendone Q.

Cioè, cosa rispondono?

Che non sanno cosa segue dalle premesse fornitegli. Ci sono altri esperimenti che mostrano che mentre quasi tutti (quasi!) fanno il modus ponens con solo due premesse (da P -> Q e P a Q), un sacco di gente non riesce a fare il modus tollens (da P -> Q e non-Q a non-P).

Tipo: se piove, porto l’ombrello. Ma non piove, quindi non porto l’ombrello.

Ecco, quella è una fallacia. Mentre molti hanno difficoltà a inferire usando il modus tollens, molti fanno inferenze fallaci come quella (da P -> Q e non-P, inferiscono non-Q: si chiama di solito “negazione dell’antecedente”). E ci sono anche molti studi su errori elementari nelle inferenze probabilistiche. Insomma: non siamo certo ragionatori ideali.

Per inciso hanno usato queste cose per scremare al concorso per gli insegnanti…

Ho letto un docente trombato lagnarsi, perché, secondo lui, non sono queste le cose che contano.

Perché pensi che siamo così propensi a sbagliare?

A me piace la seguente idea, che è dovuta ai lavori di autori come Tversky e Kahneman: siamo propensi a sbagliare perché, per ragioni di sopravvivenza, abbiamo cablato in testa un modo di pensare “veloce” che ci rende proni a errori, sia deduttivi che induttivi, anche se funziona bene in molte situazioni ordinarie. Ci serviva nella savana, quando dovevamo sfuggire ai predatori e cacciare il cibo; ma ci serve anche nella vita di oggi, quando dobbiamo decidere cosa fare a un incrocio, o a una riunione. Non possiamo dedicarci a stime probabilistiche sofisticate, o a lunghe catene deduttive. Dobbiamo stabilire in fretta cosa fare, o cosa dire, generalizzare o inferire sulla base di informazioni estremamente limitate, frammentarie, o inaffidabili. Un pregio dei lavori di Tversky e Kahneman è che spiegano come non possiamo fare a meno di pensare velocemente. Non avrebbe senso cercare di educare noi stessi ad essere ragionatori perfetti, che non ricorrono mai a scorciatoie. Ha però senso capire dove le scorciatoie portano a vicoli ciechi, per evitarli. Una persona che in Italia si è occupata di queste cose, anche nelle loro applicazioni in economia e in società, è Matteo Motterlini.

Tu ad esempio sei un logico. Ti viene in mente qualche errore che hai fatto fatica a estirpare dal tuo modo di ragionare?

Credo di essere un cattivo statistico intuitivo (forse non sono peggio della media… Boh. Mi mancano statistiche in proposito 🙂 ). Me la cavo male anche con certi schemi di ragionamento deduttivo (i quantificatori innestati sono un mio incubo). Studiare la teoria del ragionamento deduttivo e probabilistico mi ha aiutato molto. Ma, in generale, non credo di essere mai stato molto portato per la logica. Invece, sono sinceramente convinto di essere bravo in altre faccende che richiedono una certa sensibilità, come indovinare il carattere di una persona sulla base di pochi indizi. Mi sono occupato di logica perché, beh, a volte a uno interessano, non le cose che gli vengono facili, ma quelle che gli vengono difficili. A me dà soddisfazione spaccarmi la testa su certe faccende complicate – che so, un teorema di metalogica; e sono contento quando capisco la dimostrazione, anche se magari ci ho messo il triplo del tempo rispetto a una persona più preparata, meglio formata, o… Più dotata.

Io insegno al Liceo, e col passare degli anni mi rendo conto sempre più di quanto avremmo bisogno di insegnare a scuola un po’ di logica, e in particolare a mettere in guardia dalle fallacie logiche più frequenti. I discorsi dei politici, le pubblicità, gli articoli di giornale e persino molti saggi scientifici e filosofici abbondano di fallacie è una cosa stupefacente secondo me.

Sono d’accordo. Mi viene in mente, a proposito, che mi fanno incazzare i latinisti i quali provano a difendere l’insegnamento del latino a scuola dicendo che serve per la logica. Di sicuro una cosa che serve per la logica è… La logica. Ma a me facevano fare quattro ore la settimana di latino, e zero di logica.

Ho sempre avuto l’impressione che a te interessassero i problemi di frontiera, quelle situazioni in cui il principio di non contraddizione salta…

È colpa di Severino.

Ah sì, perché?

Perché a Venezia frequentai un corso di Severino, che si chiamava “La contraddizione e il mortale”. Il corso mi fece appassionare alle questioni fondazionali: principio di non-contraddizione, argomenti elenctici, etc. Severino era avvincente.

Adesso qual è la tua posizione su questa faccenda?

Ultimamente me ne occupo meno, ma ho una posizione su qualche aspetto della storia. Un aspetto su cui ho ferme convinzioni (espresse, ad esempio, qui) è che, non solo la discussione sul PNC, ma sulle leggi logiche in generale, è una faccenda di metafisica – nel senso che riguarda, detto molto grossolanamente, il modo più generale in cui le cose stanno, e possono stare, in una accezione assoluta di “possono”. Il che può sembrare ovvio a chi ha una formazione filosofica simile a quella che ci è stata impartita a Venezia, ma non lo è affatto se uno guarda al modo in cui queste cose vengono discusse in giro per il mondo. Quando si dibatte, soprattutto fra logici o filosofi della logica, sulla faccenda di quale sia la logica corretta (se ve ne è una sola), o se una certa presunta legge logica sia valida o meno, spesso gli studiosi hanno un approccio pragmatico (la tal logica funziona per fare questo o quello), oppure basato su certe intuizioni (la tal teoria ha conseguenze controintuitive), etc.

E tu come la vedi?

Per come la vedo io, la discussione andrebbe meglio se non ci si astenesse dal fare metafisica — dove per “far metafisica” intendo, daccapo molto grossolanamente: investigare le strutture più generali e fondamentali della realtà. È anche la posizione di un grande filosofo contemporaneo, Tim Williamson, che ha scritto un bel libro in proposito. Williamson è un metafisico cosiddetto “da poltrona”, ma io non escluderei che si possa occuparsi di fondamenti della logica discettando di metafisica in modo largamente naturalistico: ad esempio, che lo si possa fare prendendo lezioni dalla fisica fondamentale. C’è quel vecchio saggio, bello e controverso, di Putnam, “Is logic empirical?“, dove Putnam congettura che uno possa rivedere la logica classica sulla base di certe conseguenze della fisica quantistica.

Ok, ti faccio un’ultima domanda. Consiglia tre libri di filosofia per i lettori del mio blog.

Ma tipo “I libri che mi hanno formato”, o tipo “Le figate che ho letto quest’estate?”

Scegli tu, sono un intervistatore anarchico

Ha! Ok, allora:

  1. La guida che qualsiasi studente di filosofia dovrebbe leggere: Philosophical Devices di Papineau.
  2. Il mio libro metafisico preferito degli ultimi anni: Identity in Physics di French e Krause.
  3. Il mio libro logico preferito degli ultimi anni: The Impossible del mio amico Mark Jago.