Legalizzare è una questione (anche) di diritto. La mia risposta a Bonetti

Io sono per la depenalizzazione di tutte le droghe. Se questo fa di me un libertario e non un liberale, pazienza. Non sono particolarmente attaccato alle etichette.

Ma l’idea che un vero liberale debba essere a favore del proibizionismo è curiosa, specie quando il liberale in questione si richiama alla dottrina del liberalismo classico di John Stuart Mill.

È questo il caso di Paolo Bonetti, che conclude il suo articolo a favore del proibizionismo con queste parole accondiscendenti: “Dispiace dirlo, perché i libertari sono spesso umanamente simpatici, ma l’etica libertaria è soltanto la scimmia di quella liberale.”

 

Bene, vediamo allora qual era l’opinione del liberale classico Mill sul proibizionismo.

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Esistono diritti naturali?

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Il giusnaturalismo, nella sua forma più generale, è la tesi per cui i diritti sono un fatto naturale. Secondo Norberto Bobbio, però, questa tesi è insostenibile, perché si fonda su una fallacia naturalistica. Nel saggio Giusnaturalismo e positivismo giuridico, scrive infatti:

Che un certo evento sia naturale è o dovrebbe essere un giudizio di fatto, ricavato dall’osservazione di ciò che accade per lo più tra gli uomini, materia, oggi si direbbe, di ricerche empiriche come l’antropologia o la sociologia. Che quello stesso evento sia da approvarsi come giusto e da condannarsi come ingiusto è invece un giudizio di valore. Ma come è possibile dedurre un giudizio di valore da un giudizio di fatto? Ho chiesto invano ai giusnaturalisti una risposta soddisfacente a questa domanda.

A mio parere, in questo passo Bobbio mostra di confondere due nozioni che, per il giusnaturalista, sono essenzialmente diverse: la nozione, appunto, di “diritto” (jus) con la nozione di legge morale (lex). Se un diritto fosse una norma morale di un certo tipo, allora la critica di Bobbio sarebbe valida. Ma le cose non stanno esattamente così. Vediamo perché.

Un diritto è un nihil obstat morale, cioè una qualunque azione non soggetta a una norma morale. Questo punto, come dicevo, è molto importante e va chiarito subito, perché molti, tra cui Bobbio, tendono a confondere il diritto (jus) con la norma morale (lex). Queste due nozioni, invece, si escludono a vicenda, nel senso che, laddove c’è un diritto, non c’è una norma morale, e viceversa. Vorrei illustrare il senso di quanto ho appena detto facendo un esempio.

Prendiamo la seguente asserzione: “Io ho il diritto di farmi un tatuaggio.”

Che cosa vuol dire la parola “diritto” in questo contesto? Vuol dire che sono libero di farmi un tatuaggio. E cosa vuol dire “essere liberi”? Vuol dire che l’azione di tatuarmi non è vincolata ad alcuna norma o prescrizione morale. Se lo fosse, non sarei libero di farmi un tatuaggio, ma avrei piuttosto l’obbligo o il dovere morale di farmelo, oppure di non farmelo. Dove c’è un diritto c’è, dunque, una libertà, e dove c’è una libertà non ci sono leggi morali. Questo nesso tra diritto e libertà è stato ben compreso da Hobbes, il quale scrive, nel suo Leviatano:

il DIRITTO consiste nella libertà di fare o di astenersi dal fare, mentre la LEGGE determina e vincola a una delle due cose; cosicché la legge e il diritto differiscono come l’obbligo e la libertà che sono incompatibili in una sola e medesima materia. (Hobbes, 1651, p. 134)

C’è un secondo punto che è importante evidenziare. Se avere un diritto significa essere liberi di fare (o di non fare) una certa cosa, chiunque mi costringa a farla (o a non farla) sta violando la mia libertà. Se ho il diritto di farmi un tatuaggio, chiunque mi costringa a farmelo (o a non farmelo) sta violando un mio diritto. Quindi: laddove esiste un diritto per l’individuo x, esiste anche un corrispondente dovere da parte degli altri individui di non interferire con quel diritto. La mia affermazione di poco fa, per cui dove c’è un diritto non c’è una norma morale va precisata in questo modo: dove c’è un diritto per me, vi è una corrispondente norma morale per gli altri, la norma che prescrive loro di rispettare il mio diritto. Se io sono libero di tatuarmi, gli altri hanno l’obbligo di non interferire. Ovviamente, se gli altri sono, a loro volta, liberi di tatuarsi, allora anche io ho l’obbligo di non interferire.

Se però io fossi l’unico abitante di un’isola, potrei fare qualunque cosa senza tema di violare i diritti di alcuno. La mia libertà sarebbe, allora, incondizionata. Non ci sarebbero norme morali da rispettare, ma continuerebbero a esistere i miei diritti. I diritti sono, in questo senso, un fatto pre-sociale, nel senso che esistono anche indipendentemente dalla società. Le norme morali sono, invece, un fatto essenzialmente sociale perché, per avere una prescrizione morale di qualsiasi tipo, devono esistere almeno due persone. Se i diritti sono un fatto pre-sociale, questo significa che non dipendono da un contratto sociale. Nessun contratto sociale può creare dal nulla dei diritti che prima non esistevano. Il massimo che può fare un contratto sociale è riconoscere dei diritti preesistenti, cioè convertire i diritti naturali in diritti positivi.

L’uso dell’aggettivo “naturale” in riferimento alla nozione di “diritto” non va equivocato. Non intendo suggerire che, fra le varie proprietà naturali che caratterizzano un essere umano, vi sia anche quella di possedere dei diritti, come se l’avere un diritto fosse un fatto empirico e osservabile, paragonabile all’avere cinque dita o gli occhi castani. Un diritto è “naturale” nel senso specificato sopra, che esiste anche indipendentemente dalla società. In un’isola deserta io ho il diritto di costruirmi una capanna semplicemente perché non ci sono ragioni morali che mi impediscano di farlo.

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BOBBIO, NORBERTO (1965), Giusnaturalismo e positivismo giuridico, Laterza, Roma-Bari.

HOBBES, THOMAS (1651), Leviathan or The Matter, Form and Power of a Common Wealth Ecclesiastical and Civil. Tr. it. Leviatano, Rizzoli, Milano 2016.