Come libellule che sorvolano il fiume

L’uomo è il solo essere vivente che possa comprendere fino in fondo la miseria della propria condizione. È l’unico essere capace di capire che ogni casa, ogni fortezza, ogni diga, ogni barriera e ogni fortificazione eretta in difesa dalle minacce del mondo è precaria e può essere abbattuta in qualunque momento da un sussulto della natura. Un’epidemia, un’inondazione, una carestia possono decimare un’intera popolazione, un’eruzione vulcanica può inondare una città riducendola in un cumulo di macerie, un terremoto può radere al suolo in un solo minuto il lavoro di venti generazioni di uomini. E anche se l’auspicio di una buona stella può tenere il singolo al riparo da tutte queste calamità, prima o poi l’ombra della morte si estende su tutti, inesorabilmente. La dolorosa cognizione della precarietà attraversa la storia dell’uomo come un fiume carsico. Molto prima che Omero narrasse il ritorno in patria di Ulisse, un esorcista babilonese di nome Sinleqiunnini aveva raccontato la storia di un viaggio ben più periglioso, al confine estremo del mondo, alla ricerca del segreto dell’immortalità. Giunto al cospetto di Utanapištim, il saggio che è sopravvissuto al Diluvio, l’eroe Gilgameš deve però apprendere l’amara verità: «Il tutto assomiglia alle libellule che sorvolano il fiume: il loro sguardo si rivolge al sole, e subito non c’è più nulla.»

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Hic sunt dracones

Non solo i miti non argomentano, ma sono pieni di incongruenze, assurdità e non sequitur. Ma il punto è: la riduzione all’assurdo di un mito è sufficiente a far vacillare la fede che si ripone in esso? Consideriamo, ad esempio, questo racconto riferito da una donna eschimese di nome Orulo a Knud Rasmussen. Una ragazza che non si voleva sposare viene un giorno rapita dall’uccello delle tempeste. L’uccello, che si nutre di cuccioli di foca e che per l’occasione assume l’aspetto umano, porta la ragazza a vivere con sé in una tenda fatta di pelle di foca. A un certo punto il padre della ragazza viene a riprendersela. Mentre i due stanno tornando a casa in kayak, vengono raggiunti dall’uccello, il quale scatena una violenta tempesta di mare. La ragazza viene sbalzata in mare, ma riesce per qualche tempo a rimanere a galla tenendosi aggrappata alla fiancata del kayak. Allora le sue dita si trasformano negli animali marini (che così vengono generati), finché la ragazza, rimasta senza dita, affonda nel mare, trasformandosi così nella dea degli abissi marini. Rasmussen dice alla ragazza di non riuscire a capire come potesse l’uccello delle tempeste nutrirsi di foche visto che, stando alla storia raccontata, gli animali marini non erano ancora stati creati. La ragazza risponde così: «Noi eschimesi non ci preoccupiamo di risolvere tutti gli enigmi. Ripetiamo le vecchie storie nel modo in cui ci sono state raccontate e con le parole che ci ricordiamo. E quando ci sembra che la storia nel suo insieme manchi di senso, pensiamo che dopotutto accadono tante altre cose incomprensibili che il nostro pensiero non può afferrare. Se ci fossero solo i fatti ordinari, non ci sarebbe bisogno di credere in nulla. Come sono venute al mondo le creature viventi in principio? C’è qualcuno che possa spiegarlo?… Tu pretendi sempre che queste storie sovrannaturali abbiano un senso, ma noi non ce ne preoccupiamo. Noi ci accontentiamo di non capire.» Questa risposta è importante per tre ragioni: la prima è che dimostra chiaramente come il pensiero arcaico sia fondamentalmente refrattario alla critica razionale: l’obiezione di Rasmussen non fa minimamente vacillare la fiducia della ragazza nella veridicità del racconto. La seconda è che mostra il senso di questa refrattarietà: non è che Orulo sia incapace di comprendere il punto di vista di un occidentale, come se le mancassero le strutture profonde della logica. Anche lei riconosce che alcuni aspetti della storia sono privi di senso. Non solo, ma nel corso della stessa conversazione, dimostra di essere in grado di individuare autonomamente delle altre falle presenti nel suo discorso. A proposito del mito per cui le renne sarebbero state tutte create da una donna primordiale dice, ad esempio: «Tu parli dell’uccello delle tempeste che prende le foche prima che ci fossero foche. Ma anche se riuscissimo a risolvere questo punto in modo che la storia funzioni come dovrebbe, ci sarebbe ancora molto da spiegare che non può essere spiegato. Puoi dirmi dove la madre delle renne si è procurata i suoi calzoni; calzoni fatti di pelle di renna prima che creasse qualunque renna?» Orulo è perfettamente in grado di comprendere quando un discorso zoppica. Ciononostante non sembra attribuire particolare importanza a questo fatto. Dal suo punto di vista, non è dunque sufficiente che un discorso sia ritenuto incoerente o contraddittorio perché si smetta di credere in esso. Ma la risposta di Orulo è interessante anche perché ci permette di capire per quale motivo il pensiero arcaico è così refrattario alla logica: «Se ci fossero solo i fatti ordinari, non ci sarebbe bisogno di credere in nulla.» I fatti ordinari sono quelli che riusciamo spiegare per mezzo della ragione. Ma accanto a questi fatti ve ne sono degli altri che non possiamo spiegare; e non perché la ragione non sia ancora riuscita a spiegarli, ma perché appartengono al dominio del sacro – Orulo le chiama «storie sovrannaturali» –, dove anche l’impossibile accade e dove l’assurdo ha diritto di cittadinanza. Di fronte al sacro, la ragione deve tacere per lasciar posto alla fede. Se ci fossero solo i fatti ordinari… ma non ci sono solo i fatti ordinari. Quindi dobbiamo credere anche all’assurdo. Per l’uomo di scienza certi fatti sembrano assurdi – e quindi destano meraviglia – perché non sono stati ancora compresi dalla ragione; per l’uomo arcaico certi fatti non possono essere compresi dalla ragione perché sono assurdi, cioè sfuggono a ogni tentativo di comprensione da parte della ragione. L’uomo di scienza può meravigliarsi di un’eclissi solare, ma questa meraviglia è contenuta in uno spazio mentale dominato dalla convinzione che non esistono fatti assurdi, che il mondo accade secondo un ordine stabile e regolare, e che questo ordine può essere investigato. Ma è proprio questa fiducia di fondo nella comprensibilità del reale che manca al pensiero arcaico. Il 6 aprile del 648, due secoli prima che nascesse Aristotele, gli abitanti dell’isola di Paro assistettero allo spettacolo di un’eclissi totale di sole. L’enorme impressione che quell’evento produsse tra i Greci venne immortalata da Archiloco, in un canto di cui ci è rimasto un solo, significativo, frammento: «Non dire più nessuna cosa al mondo ‘impensabile, assurda, prodigiosa’ da quando Zeus, il Padre degli Olimpici, ha portato la notte in pieno giorno e ha coperto il sole più radioso. E la gente sudava di terrore. Tutto adesso puoi credere e aspettarti.» Se Zeus ha il potere di intervenire nell’ordine delle cose fino al punto da invertire il giorno e la notte, allora l’impensabile, l’assurdo e il prodigioso possono accadere, e noi possiamo credere a tutto. La fede nel mito parte dal riconoscimento del fatto che ci sono delle cose che non possono essere spiegate, ma solo raccontate, perché sono straordinarie, sacre, sovrannaturali, assurde. Credere nei miti significa pertanto tracciare un perimetro che la ragione non può valicare. Un topografo dell’anima potrebbe forse contrassegnare questa regione inesplorabile con il motto degli antichi cartografi: hic sunt dracones.

Le vie del disprezzo

I pitagorici non disprezzavano il corpo perché pensavano che fosse il sepolcro dell’anima, ma pensavano che fosse un sepolcro perché fondamentalmente lo disprezzavano. Più precisamente disprezzavano quegli aspetti del corpo per i quali provavano disgusto o che sentivano come un aggravamento. Fu a partire da questo disgusto di fondo che in seguito si pervenne alla determinazione degli attributi dell’anima. L’anima è il precipitato di ciò che del corpo è ritenuto puro, e perciò degno di lode, mentre il corpo è lo scarto impuro che rimane dopo questa opera di decantazione. Perciò si decise che l’anima è vita, il corpo è morte; l’anima è attività e movimento, il corpo inerzia, passività e stasi; l’anima è la sede dell’intelletto e del pensiero, il corpo è sensazione ingannevole, passione e istinto; l’anima è conoscenza, il corpo è dubbio ed errore; l’anima è libertà, il corpo schiavitù, e così via. Dall’anima si passò poi facilmente al mondo. L’intera cosmologia aristotelica poggia sull’idea errata che la quiete sia lo stato naturale dei corpi, a riprova del fatto che i vent’anni passati nell’Accademia platonica non trascorsero invano. Ma c’è di più, perché la sublimazione del disprezzo per il corpo è alla base anche della stessa nozione di dio. Già gli dèi omerici, nonostante la loro rassomiglianza con gli uomini, non sono soggetti alle limitazioni e agli impacci della corporeità umana: essi non conoscono morte, né malattie, né vecchiaia. Senofane aggiunge un nuovo anello a questa catena. Secondo lui, l’errore di Omero consiste nell’aver attribuito agli dèi «tutto quanto è oggetto di onta e di vergogna, come il rubare, il commettere adulterio e l’ingannarsi a vicenda». Il dio di Senofane non possiede membra, ma è una sfera “uguale in ogni sua parte”, depurato da tutto ciò che lui sentiva come basso e volgare. Ma è ancora fondamentalmente un uomo, perché continua a ‘vedere’ e a ‘sentire’. Ci vorrà la follia di un Parmenide per portare al parossismo questo processo di rarefazione. Alla sfera non possiamo assegnare alcun attributo corporeo, se non quello del pensiero e della nuda esistenza: il puro essere che è uguale a se stesso. Così, il sentiero del Giorno è lastricato dal disprezzo per il corpo. A forza di disprezzare, si rimase con un guscio vuoto in mano.