Sul reato di apologia del fascismo

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La Legge Scelba (la 645, del 20 giugno 1952) vieta la ricostituzione del partito fascista. Ma come facciamo a capire se il partito fascista è stato ricostituito? Ecco cosa dice la legge:

si ha riorganizzazione del disciolto partito fascista quando una associazione o un movimento persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politico o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principii, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista. (art. 1)

Su questo primo, importante, articolo vale la pena di fare due osservazioni.

1) Non è necessario che un’associazione si chiami “fascista” perché venga considerata tale. Può anche chiamarsi “Partito della Fratellanza”. Per essere considerata fascista, un’associazione deve fare una o più tra le seguenti cose:

a) usare la violenza come strumento di lotta politico

b) deve mirare alla soppressione delle libertà costituzionali

c) deve denigrare la democrazia e i valori della Resistenza

d) deve esaltare il fascismo

e) deve compiere manifestazioni esteriori di carattere fascista

2) L’art. 1 non è rivolto agli individui, ma alle associazioni o ai movimenti. Questo punto è molto importante e va sottolineato, perché si tende a dimenticarlo. Che differenza c’è tra un individuo che esalta il fascismo o che compie manifestazioni di carattere fascista e un movimento politico che fa le stesse cose? C’è la stessa differenza che passa tra il dire e il fare.

Un individuo che, a titolo personale, esalta pubblicamente il fascismo sta esprimendo una sua opinione. Quando a esaltare il fascismo è un movimento politico, le cose cambiano, perché in questo caso le parole sono inserite nel contesto di un’azione politica. Un movimento politico non è paragonabile alla curva di uno stadio che fa un coro fascista, è qualcosa di più: è un gruppo di persone che cerca di ottenere un consenso per legittimare un’azione antidemocratica: è gente che, magari, vuole prendere voti, andare al Parlamento e cambiare le cose, come fece già Hitler.

Tutti ricordano la legge Scelba come la legge che vieta la “ricostituzione del partito fascista”. Ma non è così. Quella legge vieta molto di più. Vieta anche l’apologia individuale del fascismo. Negli articoli 4 e 5, infatti, è scritto:

Chiunque, fuori del caso preveduto dall’art. 1, pubblicamente esalta esponenti, principii, fatti o metodi del fascismo oppure le finalità antidemocratiche proprie del partito fascista è punito con la reclusione fino a due anni e con la multa fino a lire 500.000. La pena è aumentata se il fatto è commesso col mezzo della stampa o con altro mezzo di diffusione o di propaganda. La condanna importa la privazione dei diritti indicati nell’art. 28, comma secondo, n. 1, del Codice penale per un periodo di cinque anni. (art. 4)

Chiunque con parole, gesti o in qualunque altro modo compie pubblicamente manifestazioni usuali al disciolto partito fascista è punito con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a lire cinquantamila. (art. 5)

Dunque, la legge Scelba non solo punisce l’azione fascista, ma anche la mera espressione personale di idee fasciste. Questo vuol dire che, quando l’art. 21 della Costituzione dice:

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. (art. 21)

…quello che sta, in realtà, dicendo è: Tutti tranne i fascisti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

Ora, a me sembra che in Italia, dal dopoguerra in poi, nessuna delle due restrizioni abbiano avuto molto successo.

La prima restrizione (quella che vieta di ricostituire un movimento fascista o para-fascista) non ha avuto successo, se è vero che ci sono dei movimenti che si dichiarano apertamente fascisti. Eppure, nessuno, mi pare, sta muovendo un dito per mettere quei movimenti fuori legge. Per quale motivo?

La seconda restrizione (quella che vieta di esprimere idee fasciste a titolo individuale) è quella di cui si fa un gran parlare. Ma non può avere successo, a meno che non si voglia mettere in galera le migliaia di persone che ogni giorno, pubblicamente, esprimono idee fasciste. Provate ad ascoltare una puntata a caso della trasmissione radiofonica La Zanzara! Leggete i commenti sparsi in giro per il web! Stiamo parlando di migliaia, se non milioni di commenti a favore del Duce, delle leggi razziali, della dittatura, ecc. Vogliamo seriamente identificare e incarcerare tutte quelle persone?

Oppure, come qualcuno ha detto, vogliamo punirne uno per educarne cento? Ma vi sembra ragionevole che uno Stato serio proceda con una logica di questo tipo? Voglio dire: se una cosa è un reato, allora devi perseguire tutti coloro che commettono quel reato, altrimenti non c’è giustizia. Perché quell’unico che viene punito avrebbe il diritto di chiederci: “Perché proprio io, e non tutti gli altri che fanno la stessa cosa?” La logica del capro espiatorio non si addice a uno Stato di diritto.

Ci sono poi degli altri problemi. Ad esempio: siamo proprio sicuri di voler vietare alla gente di esprimere opinioni fasciste a titolo individuale? L’introduzione del reato di opinione non è, forse, uno dei tratti tipici di un regime fascista? Oppure: se è fascista esprimere opinioni “antidemocratiche” non è forse da fascisti elogiare paesi come la Corea del Nord o la Cuba castrista? Che facciamo? Mettiamo dentro anche loro?

Si dirà: una ragione per restringere la libertà di espressione nel caso del fascismo sta nel fatto che in Italia abbiamo avuto un regime fascista. Dare libero corso a queste idee significa esporsi al rischio che, prima o poi, qualcuno decida di passare all’azione. Questo è senz’altro possibile. Ma anche così, io ci vedo un paio di problemi.

Primo: perché non aspettare che uno passi effettivamente all’azione? Forse perché potrebbe essere troppo tardi? E perché? Non è mica necessario aspettare che avvenga una neo-marcia su Roma per intervenire. Basta impedire alle formazioni neofasciste di formarsi, di partecipare alle elezioni, di candidare rappresentanti politici.

Il secondo problema è questo: se accettiamo la linea per cui un’idea potenzialmente pericolosa andrebbe censurata, allora dobbiamo censurare un sacco di roba. A questo proposito, vorrei citare un fatto che mi ha colpito molto. Quando hanno ucciso Osama Bin Laden, nel suo rifugio hanno trovato un paio di libri di Noam Chomsky. Il Chomsky politico è un critico implacabile dell’Occidente capitalista, è uno che non esita a chiamare “criminale”, “terrorista” il governo americano. Ora, è ragionevole credere che uno come Bin Laden solidarizzasse completamente con le idee espresse in quei libri. Dobbiamo allora impedire a Chomsky di pubblicare perché qualcuno potrebbe trovarvi delle buone ragioni per fare attacchi terroristici in Occidente?

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A proposito di hate speech

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Il Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti recita:

Il Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che ne proibiscano la libera professione; o che limitino la libertà di parola, o di stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea e di fare petizioni al governo per la riparazione dei torti.

In linea di massima tutti sono d’accordo sul principio che viene espresso qui. Il problema è se la libertà di espressione debba essere estesa anche ai cosiddetti discorsi d’odio (hate speeches), cioè a quei discorsi che esprimono idee offensive nei confronti di gruppi o minoranze di persone.

Proprio in questi giorni, questo problema è sorto nel caso Matal Vs Tam. I fatti sono questi. Simon Tam, cantante di origini asiatiche del gruppo rock “The Slants”, che tradotto vuol dire “Gli occhi a mandorla” ha cercato di depositare il nome del gruppo presso l’Ufficio Brevetti, ottenendo un rifiuto da parte del Direttore ad Interim, Joseph Matal. La motivazione è stata che The Slants è un termine denigratorio nei confronti degli asiatici.

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Il caso è finito alla Corte Suprema, che ha respinto le motivazioni di Matal, sulla base delle seguenti considerazioni:

[L’idea che il governo debba restringere] un discorso che esprime idee offensive […] colpisce al cuore il Primo Emendamento. Un discorso che denigra sulla base della razza, l’etnia, il genere, la religione, l’età, la disabilità, o su ogni altra base simile è un discorso d’odio [hateful]; ma il più grande vanto della nostra giurisprudenza sulla libertà di parola sta nel fatto che noi proteggiamo la libertà di esprimere “il pensiero che noi odiamo.”

Così il Giudice Samuel Alito. Il giudice Anthony Kennedy ha aggiunto:

Una legge volta a discriminare in base al punto di vista è una “forma esuberante di discriminazione dei moderati”, che è “presumibilmente anticostituzionale”. […] Una legge che può essere diretta contro un discorso ritenuto offensivo di una certa parte del pubblico può essere rivolta contro le minoranze e le opinioni dei dissenzienti a scapito di tutti. Il Primo Emendamento non affida tale potere alla benevolenza del governo. Al contrario, la nostra fiducia deve ricadere sulle sostanziali garanzie di una discussione libera e aperta in una società democratica.

 

PS: potete leggere il testo integrale della sentenza qui.

Charlie Hebdo e la satira

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Le vignette di Charlie Hebdo sui terremotati hanno scatenato una pioggia di reazioni indignate da parte di coloro per cui ironizzare sulle disgrazie di quella povera gente è di cattivo gusto. Fra i commenti che si possono leggere in giro per i social emergono alcune lamentele ricorrenti:

  1. Quella vignetta non è satira.
  2. Esiste un limite anche alla satira, e quelli di Charlie lo hanno oltrepassato.

Proviamo ad analizzare queste posizioni. Sono leggermente diverse tra loro.

La prima pone un problema di demarcazione. C’è un confine che separa la satira dalla non satira, e quelli di Charlie Hebdo lo hanno oltrepassato. Ma qual è questo confine? Non crediate che sia un problema di poco conto. Lo è eccome, perché la satira gode storicamente di una sorta di immunità sociale rispetto alla critica e alla censura: è un salvacondotto che permette alla gente di dire cose che, altrimenti, non si potrebbero dire. Se le vignette sui terremotati sono satira, allora le dobbiamo in qualche modo tollerare. Se invece non sono satira (ma pretesa satira), le possiamo criticare ed eventualmente censurare, perché non godono di quell’immunità di cui si diceva.

Ma, appunto, cos’è la satira?

Il peccato originale del Liceale

Molti di voi saranno forse tentati di lasciare al dizionario l’onere rispondere a questa domanda. È quello che io chiamo “il vizio del liceale”. Si tratta di una pessima idea, per due ragioni. La prima è questa. Pochi riflettono sul fatto che i dizionari danno definizioni di carattere descrittivo, e non prescrittivo. Se cercate la parola “arte”, ad esempio, un buon dizionario vi dirà che cosa è stata l’arte fino a oggi, descrivendo ciò che è già stato. Ma non può prescrivere come sarà l’arte di domani. Non potete decidere se un’installazione della Biennale di Venezia è un’opera d’arte o meno, semplicemente leggendo la definizione di arte del Devoto-Oli. Non lo potete fare perché l’arte vive rinnovandosi e ridefinendo i propri confini continuamente. Il caso della satira è molto simile. Nella misura in cui è un’attività creativa, la satira non può essere definita dal proprio passato, e quindi nessun dizionario ci aiuterà mai a tracciare una linea di demarcazione precisa tra la satira e la non-satira. Smettetela quindi di dirimere le questioni a colpi di dizionario! I tempi del Liceo sono finiti.

Houston, abbiamo un oggetto vago!

La seconda ragione per cui servirsi di un dizionario è una cattiva idea è che la satira è quello che si potrebbe chiamare un oggetto vago. Un oggetto vago è un oggetto dai contorni, per così dire, sfumati, che lo rendono difficile da definire. Pensate, ad esempio, al famoso paradosso del sorite o del mucchio. Intuitivamente sappiamo tutti cos’è un mucchio di sabbia, e sappiamo anche che non basta un solo granello per formare un mucchio. Ma quanti granelli ci vogliono? Due? Tre? Non è chiaro. Il concetto di satira è altrettanto vago. Non nel senso che non sappiamo che cosa sia – di solito, non abbiamo problemi a riconoscere una vignetta satirica -, ma nel senso che non sappiamo individuarne con precisione i contorni. Ci sono situazioni di confine nelle quali non sappiamo decidere.

Everything goes!

Forse è meglio lasciare da parte il problema della demarcazione, e assumere una posizione prudenzialmente più tollerante nei confronti della nozione di satira. Potremmo dire: “Everything goes! Satira è tutto ciò che viene presentato come tale dalla società nel suo insieme.” Questa posizione presenta l’indubbio vantaggio che non ci costringe più a tracciare confini (dopotutto, chi siamo noi per stabilire cos’è e cosa non è la satira?), ma solleva il problema dell’immunità rispetto alla critica. Se tutto può essere satira, allora al limite potrei andare in giro a tirare sberle alla gente con “intenti satirici”, e invocare per me il diritto all’immunità dalla critica. Naturalmente non sarebbe accettabile una cosa del genere. Per cui, se assumiamo la posizione everything goes! rispetto alla definizione di satira, dobbiamo poi introdurre delle restrizioni morali rispetto a ciò che si può fare in nome della satira. Questa sembra essere l’intuizione sottesa a chi sostiene la tesi (2): la vignetta sui terremotati è satira, ma è un tipo di satira che ha oltrepassato il limite morale che le è consentito.

Moralismo?

I difensori irriducibili della libertà di espressione accuseranno questa posizione di moralismo. “La satira fa esattamente quel cazzo che le pare!”, diceva Daniele Luttazzi. Non ci sono limitazioni morali alla satira, così come non ci sono limitazioni morali all’arte più in generale. In realtà non è proprio così. Dei limiti ci sono e sono imposti dal principio del danno. Sono libero di dire quello che voglio, ma non sono libero di danneggiare gli altri. Ad esempio, non posso allestire un’installazione artistica che prevede l’esecuzione in una sedia elettrica di un essere umano. In questo caso, il principio morale del danno ha una priorità lessicale rispetto alla libertà di espressione, il che significa che nessuna eccezione al principio del danno è ammessa allo scopo di aumentare la libertà di espressione. Questo naturalmente vale anche per la satira: non posso danneggiare gli altri in nome della satira. Questo ci porta al vero cuore della questione. La vignetta di Charlie Hebdo ha danneggiato qualcuno? E, se sì, in che senso?

Dal momento che la satira non danneggia fisicamente le persone, dobbiamo chiederci in che senso le può danneggiare. Più in generale, dobbiamo chiederci in che senso un’immagine (o un discorso) può danneggiare una persona.

La satira è diffamazione?

Consideriamo il caso della diffamazione. Supponiamo che qualcuno pubblichi delle notizie false su di me allo scopo di danneggiarmi: ad esempio, potrebbe dire in giro che arrotondo lo stipendio facendo rapine in banca. In questo, caso io potrei subire un danno concreto: la polizia potrebbe avviare un’indagine e il mio datore di lavoro potrebbe sospendermi in attesa che si faccia chiarezza sulla faccenda. La diffamazione può arrecare danni reali e quindi è giusto che venga contrastata.

La satira, però, non è una forma di diffamazione. Se un giornale satirico mi ritraesse nell’atto di rapinare una banca, nessuno (a meno che non fosse un analfabeta funzionale) penserebbe che il fatto sia veramente accaduto. E la ragione è che l’immagine è presentata come un contenuto satirico: è come se ci fosse una sorta di disclaimer implicito che dice: “Hey ragazzi, questo è solo uno scherzo. Non vogliamo farvi credere che il Berti è veramente un rapinatore di banche.”

Offendere i sentimenti

Se la satira non danneggia nel senso della diffamazione, forse danneggia in un altro senso. A essere feriti sono i sentimenti di coloro che sono bersaglio della satira. Questo è sicuramente il caso delle vignette contro l’Islam. La gente si è indignata perché pensa che non si debba fare ironia sui sentimenti delle persone.

Questa tesi è molto difficile da difendere fino in fondo perché, di fatto, tutte le battute satiriche sono potenzialmente offensive. Pensate alle battute sui Carabinieri, ad esempio: non vengono forse sempre dipinti come una massa di subnormali? Oppure pensate alle battute che si basano su uno stereotipo nazionale: gli italiani tutti mafiosi, i francesi tutti sporchi, gli ebrei tutti spilorci, ecc. La satira non colpisce solo i potenti, ma anche le minoranze, persino quelle più svantaggiate (non molti si sono indignati quando giravano battute che ironizzavano sulla cecità di Andrea Bocelli). Ma è sufficiente questo a invocare la censura? Se la regola fosse che una battuta va censurata quando offende i sentimenti di qualcuno, faremmo prima a chiudere tutti i giornali satirici.

Satira nobile e ignobile

Forse il problema delle vignette sui terremotati non ha a che vedere con i sentimenti delle persone, ma con l’etica in un senso più ampio. C’è qualcosa di nobile nella satira che colpisce i potenti, che denuncia le iniquità, che smaschera la falsità di certe convenzioni sociali. Ma quando la satira è rivolta contro i deboli, i sofferenti e gli svantaggiati diventa qualcosa di ignobile e va deprecata. Credo che molti non trovino divertenti le vignette di Charlie Hebdo per questo motivo. Se vi interessa saperlo, nemmeno io le ho trovate divertenti, come non trovo divertenti le battute sulle vittime dell’Olocausto o sugli handicappati. Detto questo, non mi sognerei mai di chiedere la chiusura di Charlie Hebdo, perché la satira – anche quella di pessimo gusto – è una cartina di tornasole del grado di libertà di un paese. La libertà di parola non è a senso unico. Come scrive Nigel Warburton:

La libertà di parola è tanto per i bigotti quanto per gli intellettuali liberali rispettosi. Non è chiaro perché un principio meriterebbe il nome di “libertà di parola”, se esso proteggesse solo le opinioni di coloro che troviamo in sintonia con noi. (Warburton, 2009, p. 51)

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Warburton, Nigel (2009), Libertà di parola. Una breve introduzione, Raffaello Cortina, Milano 2013.