Fare i propri interessi, quello che Marx non comprese

Marx

Qual è il limite della mia libertà? Se fate questa domanda a un liberale, vi risponderà in questo modo: “Non far del male agli altri. Per il resto, sei libero di fare tutto ciò che ti piace.”

Ora questa idea, che oggi è di senso comune, è stata messa in discussione da Marx. Nel saggio La questione ebraica, Marx afferma che questa idea di libertà è fondamentalmente antisociale. Ecco cosa scrive:

La libertà è dunque il diritto di fare ed esercitare tutto ciò che non nuoce agli altri. […] Si tratta della libertà dell’uomo in quanto monade isolata e ripiegata su sé stessa. […] Ma il diritto dell’uomo alla libertà si basa non sul legame dell’uomo con l’uomo, ma piuttosto sull’isolamento dell’uomo dall’uomo. Esso è il diritto a tale isolamento, il diritto dell’individuo limitato, limitato a sé stesso. (Marx, 1844, p. 71)

Questa affermazione è, a dir poco, paradossale. Perché il fatto che io veda nell’altro il limite alla mia libertà è precisamente il fondamento della vita sociale. Se non riconoscessi quel limite, la mia libertà sarebbe illimitata, e allora potrei fare tutto quello che voglio, disinteressandomi completamente del prossimo.

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Come provare cose con le parole

Definire

Dare una definizione significa stabilire le proprietà che un oggetto deve avere per essere chiamato con un certo nome. Ad esempio, dare una definizione di triangolo significa stabilire quali proprietà deve avere un oggetto per essere chiamato “triangolo”. Nel caso del triangolo, la definizione è qualcosa del tipo: poligono con tre lati e tre angoli. Se un oggetto è un poligono con tre lati e tre angoli, allora lo chiameremo “triangolo”. Naturalmente, le definizioni sono totalmente arbitrarie, perché non c’è nessuna ragione per cui un poligono con tre lati e tre angoli debba essere chiamato proprio “triangolo”. Potremmo benissimo decidere di usare la parola triangolo per denotare i cavalli.

Supponiamo allora che qualcuno ci venga a dire che la nostra definizione di triangolo è sbagliata perché, in verità, un triangolo è un mammifero a quattro zampe che nitrisce. A costui potremmo rispondere che se gli piace usare la parola “triangolo” in quel modo è liberissimo di farlo, ma che questo non prova che la nostra definizione sia sbagliata, perché tutte le definizioni sono arbitrarie. Al massimo si può dire che una definizione è idiosincratica, e cioè che non si conforma all’uso corrente. Chiamare “triangolo” ciò che tutti gli altri chiamano “cavallo” è un modo idiosincratico di usare la parola “triangolo”. In questo senso è sbagliato.

Ora, il modo in cui definiamo le parole è importante, perché influenza il nostro giudizio sulle cose. Prendiamo, ad esempio, la parola “socialismo”, e chiediamoci: ha fallito il socialismo nella storia? La risposta dipende, naturalmente, da cosa intendiamo per “socialismo”. L’Unione Sovietica, ad esempio, si definiva uno stato socialista, e ha fallito. Questo ci autorizza a dire che, dunque, il socialismo ha fallito? Qualcuno potrebbe dire di no, sulla base di questo argomento: “È vero che l’Unione Sovietica si è autoproclamata uno Stato socialista, ma non era un vero Stato socialista, perché mancava di certe caratteristiche che uno Stato socialista dovrebbe avere.” In pratica, si sta dicendo che i russi usavano la parola “socialismo” in modo idiosincratico, per definire qualcosa che non possedeva le caratteristiche comunemente impiegate per definire il socialismo.

Un modo per dirimere la questione potrebbe essere quello di vedere se l’Unione Sovietica rientrava nella definizione standard di socialismo. Dal momento che il socialismo di cui stiamo parlando è quello di stampo marxista, questa definizione potrebbe essere cercata nei testi di coloro che sono considerati i padri fondatori del movimento marxista, vale a dire Marx ed Engels.

Quello che non è lecito fare è modificare la definizione di “socialismo” allo scopo di salvarlo dalla confutazione storica. Supponiamo che Marx abbia detto che per avere uno Stato socialista è sufficiente che i mezzi di produzione di un Paese vengano nazionalizzati. Se questa è la definizione di socialismo, allora l’Unione Sovietica era uno Stato socialista a tutti gli effetti, perché ha nazionalizzato i mezzi di produzione. Quindi è corretto dire che il fallimento dell’Unione Sovietica è il fallimento di uno Stato socialista. Ma se per evitare di riconoscere il fallimento si cambia la definizione di socialismo, allora si sta giocando con le parole.

La teoria del valore di Marx spiegata in parole semplici

 

Marx

Secondo Marx, il capitalismo è lo strumento economico con cui la borghesia governa il nostro tempo. Comprenderne i meccanismi significa perciò decifrare il Dna della storia moderna. La più grande opera di Marx, Il Capitale, rappresenta lo sforzo titanico di fornire una descrizione scientifica di questo sistema economico. Ma che cos’è il capitalismo? Cosa fa di un’economia, un’economia capitalistica?

Cominciamo col dire che, secondo Marx, il capitalismo poggia su due grandi pilastri: il profitto e il proletariato. Consideriamoli separatamente.

Il proletariato – Il sistema capitalistico presuppone l’esistenza di due distinte classi sociali: quella dei borghesi e quella dei proletari. I borghesi si distinguono dai proletari perché possiedono i mezzi di produzione: terreni, materie prime, fabbriche, macchinari, insomma tutto ciò che rende possibile la produzione di merci. I proletari, invece, non possiedono nulla di tutto ciò, e quindi sono costretti per vivere a vendere l’unica merce di cui dispongono: la propria forza-lavoro. In cambio del lavoro che mettono a disposizione del capitalista, i proletari ricevono un salario (è per questo che Marx li chiama talvolta anche salariati).

Il profitto – Oltre che sull’esistenza di un proletariato costretto a vendere la propria forza-lavoro, il capitalismo si regge anche su di un altro grande pilastro. Il capitalismo è infatti un sistema economico fondato sul profitto. Più precisamente, è un sistema economico per cui, investendo una certa somma di denaro nella produzione di merci, si ricava, dalla vendita di quelle merci, la somma inizialmente investita, più dell’altro denaro, secondo lo schema:

D – M – D’ (=D + ΔD)

Dove D è la somma investita, M è la merce prodotta, e D’ è la somma fra D e ΔD, con ΔD = profitto. Il profitto, naturalmente, finisce tutto nelle tasche del capitalista, che infatti è molto più ricco del proletario che lavora alle sue dipendenze. Senza la prospettiva di un guadagno, il capitalista non avrebbe alcun motivo di investire i suoi soldi nella produzione di merci. Egli è infatti un imprenditore e non un benefattore.

Se vogliamo capire come funziona il capitalismo, la prima domanda a cui dobbiamo rispondere è: da dove salta fuori il profitto (ΔD)?

Prima di Marx, gli economisti avevano dato una risposta piuttosto intuitiva a questa domanda: il profitto, dicevano, è determinato dal fatto che la merce non viene venduta al suo valore reale, ma a un valore, per così dire, maggiorato, secondo la formula:

profitto = prezzo – valore reale

Per cui, ad esempio, se un paio di Nike costa 80 € (prezzo), e il suo valore reale è di 10 €, il profitto sarà di 80 – 10 = 70 €.

Sì, direte voi, ma come si fa a determinare il valore reale di una merce? Prima di Marx si pensava che il valore reale o prezzo naturale della merce coincidesse con i costi della sua produzione. Se per fabbricare un paio di Nike devo spendere 2,50 € di materiale, 2,50 € di elettricità e 5 € di forza-lavoro, il valore reale sarà dato dalla somma di questi fattori: 2,50 + 2,50 + 5 = 10 €.

Quindi, se la merce venisse venduta al suo valore reale, non ci sarebbe alcun profitto, e quindi non ci sarebbe il capitalismo.

Ora, secondo Marx, questa spiegazione è radicalmente errata. Egli ritiene infatti che, in un sistema capitalistico, la merce venga venduta al suo valore reale, e non a un prezzo maggiorato.

La cosa può a prima vista sembrare assurda, perché se il prezzo e il valore reale si equivalgono, il profitto dovrebbe essere uguale a zero. Come è possibile che il capitalista faccia profitti vendendo la merce al suo valore reale?

Valore e lavoro

Prima di rispondere a questa domanda dobbiamo metterci d’accordo sul significato del termine “valore reale”. Finora abbiamo dato per scontato che il valore reale della merce coincida con i costi della sua produzione. Ma è proprio così?

Proviamo a fare un esperimento mentale. Supponiamo che non esista il denaro e che la gente, per vivere, sia costretta a barattare la merce che produce. Ciascuno si specializza nella produzione di una merce di qualche tipo: S fabbrica scarpe, P fa il pane, V confeziona i vestiti, ecc.

Supponiamo ora che P e S si incontrino in un mercato per scambiarsi le rispettive merci, pane in cambio di scarpe. P ha bisogno di un paio di scarpe e S ha bisogno di una certa quantità di pane.

A questo punto sorge un problema: qual è il valore di scambio di queste due merci? Qual è il valore in pane di 1 paio di scarpe fabbricate da S? Oppure, qual è il valore in scarpe di 1 kg di pane fatto da P?

Per rispondere a questa domanda, dobbiamo stabilire i costi di produzione di 1 kg di pane e di 1 paio di scarpe. Naturalmente non si tratta di costi monetari, perché nel nostro microsistema economico non esiste ancora il denaro. Ciononostante, il pane e le scarpe hanno un costo in termini di tempo di lavoro. S deve lavorare un certo numero di ore per fabbricare 1 paio di scarpe, e anche P deve lavorare un certo numero di ore per fare 1 kg di pane.

Possiamo allora stabilire questo principio generale: il valore di scambio della merce si stabilisce a partire dal tempo di lavoro necessario alla sua produzione. Merci la cui produzione richiede lo stesso tempo di lavoro hanno lo stesso valore di scambio; merci la cui produzione richiede un diverso tempo di lavoro hanno un diverso valore di scambio.

Supponiamo che, per fabbricare 1 paio di scarpe, S impieghi 10 ore di lavoro; e che, per fabbricare 1 kg di pane, P impieghi 1 ora di lavoro. Questo significa che 1 paio di scarpe vale 10 kg di pane, e 1 kg di pane ha un valore pari a 1/10 di un paio di scarpe. Visto che, nel nostro esperimento abbiamo inserito anche V, in qualità di confezionatore di abiti, supponiamo che un abito confezionato da V richieda 5 ore di lavoro. In questo caso, in 1 ora di lavoro, V riuscirà confezionare 1/5 di 1 abito.

10 ore di lavoro = 1 paio di scarpe = 10 kg di pane = 2 vestiti

In questo modo, il tempo di lavoro diventa l’unità di misura su cui misurare il valore di scambio della merce.

In un sistema del genere, la merce viene scambiata al suo valore reale, il quale coincide con il costo (stabilito in ore di lavoro) della sua produzione. Nessuno però ci guadagna nulla: con 10 ore di lavoro spese nella fabbricazione di un paio di scarpe, S compra 10 kg di pane, che equivalgono a 10 ore di lavoro spesi da P: 10 ore da una parte e 10 ore dall’altra. Oppure, con 10 ore di lavoro spese nella fabbricazione di un paio di scarpe, S compra 2 abiti confezionati da V, i quali a loro volta equivalgono a 10 ore di lavoro. Insomma, per avere una quantità di merce che vale 10 ore di lavoro, P deve spendere 10 ore di lavoro. Nessuno ci perde e nessuno ci guadagna.

In un sistema del genere, l’unico modo per guadagnare qualcosa è quello di truffare gli altri sopravvalutando il valore reale della propria merce. S potrebbe raccontare a P e a V che, per fabbricare 1 paio di scarpe, deve impiegare non 10, ma 20 ore di lavoro. In questo modo, costringerebbe P a darle non 10, ma 20 kg di pane in cambio di un paio di scarpe; e costringerebbe V a darle non 2, ma 4 abiti in cambio di 1 paio di scarpe.

Il rischio che la merce venga sopravvalutata dipende dal fatto che S opera in un regime di monopolio, dal momento che è l’unico fabbricante di scarpe. Supponiamo però che, oltre a S, fabbrichi scarpe anche S’. In questo caso, S’ fa concorrenza a S. In un regime di concorrenza, P e V, in qualità di acquirenti di scarpe, possono scegliere se comprarle da S oppure da S’, ed è ovvio che sceglieranno le scarpe che costano meno.

Ora, per avere il pane e gli abiti di cui ha bisogno, S’ dovrà fare in modo che P e V comprino le sue scarpe. Quindi S’ potrà stabilire che 1 paio delle sue scarpe vale non 20 kg di pane, come nel caso di S, ma 15; e non 4 abiti, ma 3. P e V, andranno a comprare le loro scarpe da S’, costringendo così S ad abbassare ulteriormente il valore di scambio della sua merce.

La concorrenza determina quindi un abbassamento del valore di scambio della merce e scoraggia ogni tentativo di sopravvalutarne il valore reale. Alla fine, il valore di scambio della merce verrà a coincidere con il suo valore reale.

Resta dunque confermato il principio generale che abbiamo stabilito sopra: il valore di scambio della merce si stabilisce a partire dal tempo di lavoro necessario alla sua produzione.

Il denaro

Com’è possibile realizzare guadagni vendendo la merce al suo valore reale?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo tornare al nostro microsistema economico, dove S produce scarpe, P produce pane e V produce vestiti. Nel nostro sistema:

10 ore di lavoro = 1 paio di scarpe = 10 kg di pane = 2 abiti

La ragione di questa equivalenza sta nel fatto che 1 paio di scarpe, 10 kg di pane e 2 abiti richiedono tutti 10 ore di lavoro per essere prodotti.

Supponiamo adesso che P vada da S con l’intenzione di comprare un paio di scarpe. S gli dice che le sue scarpe costano 10 ore di lavoro al paio. P, allora, gli offre in cambio 10 kg di pane, che è l’equivalente di 10 ore del suo lavoro. Solo che S non sa che farsene di 10 kg di pane tutti in una volta: il suo fabbisogno giornaliero di pane è pari a 1 kg.

Per risolvere questo problema, P e S decidono allora di stabilire una convenzione: S dà le scarpe a P, la quale però non gliele paga con 10 kg di pane, ma con 10 pezzi di carta. Questi pezzi di carta danno la facoltà a S di andare al negozio di P e di farsi dare 10 kg di pane, nei tempi e nelle modalità che lei ritiene più opportune. Così, se S vorrà comprare 10 kg di pane tutti in una volta sarà libera di farlo, se invece vorrà comprare 1 kg al giorno, potrà fare anche così.

P e S decidono di dare un nome a quei pezzi di carta: li chiamano Denari. Il valore di scambio della merce espresso in denari si chiama prezzo della merce. Il prezzo di 1 paio di scarpe fabbricato da S è di 10 Denari. Il prezzo di 1 kg di pane fabbricato da P è di 1 Denaro.

1 Denaro = 1 ora di lavoro

Il denaro è in questo senso l’unità di misura del tempo di lavoro. Il famoso detto: “Il tempo è denaro” può essere così ribaltato nel suo opposto: “Il denaro è tempo”.

Tutto questo ci insegna una cosa molto importante: ciò che dà valore monetario alla merce è il lavoro speso nella sua produzione. Quanto più lavoro richiede la produzione di una merce, tanto più alto sarà il suo valore monetario. Questa è la ragione per cui, ad esempio, il prezzo dei diamanti è così alto. Il fatto è che i diamanti sono molto rari, e quindi ci vuole molto lavoro per trovarli. Questo fa lievitare enormemente il loro prezzo, indipendentemente dalla loro utilità. Se i diamanti non fossero così rari, se si potessero trovare ovunque, come comuni ciottoli di strada, il tempo di lavoro necessario a reperirli sarebbe molto poco, e quindi il loro prezzo sarebbe bassissimo.

Per rispondere alla nostra domanda iniziale sull’origine del profitto dobbiamo introdurre un ultimo, fondamentale, elemento: il proletariato. Abbiamo stabilito infatti che il proletariato è uno dei pilastri su cui poggia il sistema capitalistico.

Il profitto

Supponiamo allora che S assuma X a lavorare alle sue dipendenze. In qualità di capitalista, S possiede i mezzi di produzione, cioè un capannone e i macchinari per la lavorazione delle materie prime.

L’introduzione dei macchinari consente a S di decuplicare la produzione di scarpe. Se infatti prima ci volevano 10 ore di lavoro per produrre 1 paio di scarpe, ora basta 1 ora soltanto. Grazie ai macchinari, la fabbrica di S è in grado di produrre 10 paia di scarpe in 10 ore di lavoro.

Per fabbricare le sue scarpe, S deve però affrontare una serie di spese. Queste spese possono essere suddivise in due diverse categorie: energia e materie prime.

Le materie prime comprendono la pelle, i lacci e il cuoio per le suole. S compra questo materiale da M, che è il suo fornitore. Supponiamo che le materie prime per 1 paio di scarpe costi a M 1 ora di lavoro. Questo vuol dire che S deve spendere in materie prima 1 Denaro per ogni paio di scarpe.

L’energia, in questo caso, potrebbe essere il carbone necessario ad azionare le macchine. Supponiamo che 1 ora di funzionamento delle macchine richieda 1 kg di carbone. S compra il carbone da E, che impiega 1 ora di lavoro per ogni kg di carbone estratto dal suolo. 1 ora di funzionamento delle macchine costa quindi a S 1 Denaro.

Ogni paio di scarpe costa dunque a S:

1 Denaro di materie prime

1 Denaro di energia

per un totale di 2 ore lavorative. A queste 2 ore si aggiunge poi il lavoro del proletario X che, attraverso l’uso dei macchinari, trasforma le materie prime in scarpe. In 1 ora di lavoro X produce 1 paio di scarpe, equivalente a 1 Denaro di valore prodotto.

Ora chiediamoci: qual è il valore reale di 1 paio di scarpe?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo considerare il tempo di lavoro necessario a produrre 1 paio di scarpe. In tutto abbiamo

1 ora per la produzione delle materie prime

1 ora per la produzione del carbone necessario ad avviare i macchinari

1 ora di lavoro di X.

La produzione di 1 paio di scarpe richiede complessivamente 3 ore di lavoro, pari a 3 Denari. Il valore reale di 1 paio di scarpe ammonta dunque a 3 Denari.

Siamo giunti al cuore della questione: Marx ritiene che il capitalista riesca a fare profitti vendendo la merce al suo valore reale. Questo vuol dire che S può intascare soldi vendendo le proprie scarpe a 3 Denari per paio. Gli economisti prima di Marx ritenevano invece che, per intascare profitti, occorresse aggiungere un sovrapprezzo al valore reale della merce. Secondo questo modo di intendere, S dovrebbe vendere le proprie scarpe a più di 3 Denari per paio.

Per quale motivo Marx dovrebbe aver ragione?

Perché S può benissimo fare profitti sfruttando il lavoro di X: se invece di darle 1 Denaro per ogni ora di lavoro, le dà ½ Denaro, alla fine potrà vendere le proprie scarpe a 3 Denari per paio (valore reale) spendendo solo 2,5 Denari (1 di materie prime, 1 di carbone e ½ di salario).

In altri termini, S può sfruttare il lavoro di X in modo tale da ottenere il prodotto di 3 ore di lavoro al costo di 2,5 ore (2 ore e 30 minuti). E non si vede perché S dovrebbe aggiungere un sovrapprezzo alla propria merce, rendendola così più costosa e meno concorrenziale, quando può fare profitti sfruttando il lavoro di X. Il profitto, dunque, non si ottiene sopravvalutando la merce, ma sottopagando la forza lavoro.

Se adesso applichiamo questo principio a una giornata lavorativa di 10 ore otteniamo i seguenti risultati:

Materiale Energia Lavoro Totale ore Totale Denari
Valore reale in ore 10 h 10 h 10 h 30 h 30 D
Costi in Denari 10 D 10 D 5 D 25 h 25 D
Profitto 5 D

Dal che si evince che il profitto non risulta dalla differenza tra il prezzo e il valore reale della merce, ma dalla differenza tra il valore reale e i costi di produzione:

profitto = valore reale – costi di produzione

Cioè:

profitto = 30 – 25 = 5

Dove i costi di produzione non equivalgono al valore reale, come pensavano gli economisti prima di Marx, ma si ottengono sottraendo al valore reale quelle 5 ore di lavoro che non viene pagato a X. I costi di produzione risultano quindi dalla seguente formula:

costi di produzione = valore reale – lavoro non pagato

Cioè:

costi di produzione = 30 – 5 = 25

Confrontando, poi, le due formule sopra menzionate, si evince chiaramente che il profitto equivale al lavoro non pagato. Infatti:

lavoro non pagato = valore reale – costi di produzione

profitto = valore reale – costi di produzione

profitto = lavoro non pagato