Nietzsche e il valore della vita

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Dire che l’uomo discende dalle scimmie è, notoriamente, errato (le scimmie sono piuttosto nostre cugine, avendo un progenitore comune con noi). Però non è sbagliato dire che siamo evolutivamente molto più vicini alle scimmie di quanto lo siamo ai ragni. Allo stesso modo, dire che il nazismo discende da Nietzsche è errato. Ma insistere troppo sul 10% che distingue Nietzsche dall’ideologia nazista rischia di far perdere di vista il restante 90% in comune. E, ricordiamolo, quel 90% in comune è totalmente inaccettabile.

Provate a leggere, ad esempio, Lo Stato Greco. Si tratta di un breve trattato di filosofia politica che Nietzsche scrive nel 1872. In questo scritto, Nietzsche parte dalla vecchia idea aristocratica per cui una vita interamente spesa nella soddisfazione dei bisogni primari non vale nulla. I Greci avevano capito questa cosa, e infatti avevano dichiarato “con terribile franchezza che […] l’oggetto uomo è un nulla spregevole e miserabile”.

Partendo da una premessa del genere è naturalmente possibile giustificare qualunque violenza. Basta infatti trovare qualcosa che valga un po’ meno di nulla, perché si possa sacrificare l’uomo per quel qualcosa. Per Nietzsche, questo qualcosa è l’arte. L’opera d’arte è più importante della vita delle persone. Ciò significa: se la creazione artistica dovesse richiedere il sacrificio della vita o della felicità di molte persone, questo sacrificio meriterebbe di essere fatto.

Ora, secondo Nietzsche, perché l’arte possa svilupparsi è necessario che la stragrande maggioranza degli uomini venga ridotta in schiavitù, che sia messa al servizio di una minoranza di artisti:

La sventura degli uomini che vivono faticosamente dev’essere ancora aumentata, per rendere possibile a un ristretto numero di uomini olimpici la produzione del mondo dell’arte. […] Conformemente a ciò dobbiamo trovarci d’accordo nel considerare come verità – che suona crudele – affermazione che la schiavitù rientra nell’essenza della cultura.

Per questo è necessario lo Stato, la cui funzione essenziale è quella soggiogare i popoli, di ridurli in schiavitù. Lo Stato è al servizio dell’arte, che è più importante della morale, e che pertanto quindi non è giudicabile con categorie morali: “La violenza fornisce il primo diritto, e non esiste un diritto che nel suo fondamento non sia arroganza, usurpazione e violenza.” L’archetipo dello Stato, secondo Nietzsche, è quello di una società guerriera finalizzata alla produzione del genio artistico.

Perciò noi possiamo paragonare anche la splendida cultura a un vincitore grondante sangue, che nella sua marcia trionfale trascina come schiavi i vinti incatenati al suo carro.

Con l’abolizione della schiavitù inizia la decadenza e il rammollimento del genere umano. Un chiaro segno di decadenza è dato dalla società capitalista. I capitalisti sono l’emblema della decadenza, perché perseguono fini egoistici e perché cercano una pace che favorisca i loro commerci.

sullo sfondo di questi movimenti […] non posso fare a meno di vedere come coloro che propriamente hanno paura [della guerra] siano quei solitari del denaro, veramente internazionali e senza patria, i quali, nella loro mancanza naturale dell’istinto politico, hanno imparato a usare malamente la politica come strumento della Borsa, e a sfruttare lo Stato e la società come apparato per il loro arricchimento. […] Contro la deviazione […] della tendenza dello Stato a una tendenza del denaro, l’unico rimedio è la guerra, e ancora la guerra.

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Nietzsche, F. (1872) Lo Stato Greco, in La filosofia nell’epoca tragica dei Greci e scritti 1870-1873, Adelphi, Milano 2010.