La Venere d’avorio

Alcuni pensano che il mito sia una forma di sapere instabile a causa della mancanza di un fondamento razionale. Stando così le cose, vien fatto di chiedersi come abbia potuto l’umanità convivere per tanto tempo con un fattore così destabilizzante. La più antica raffigurazione plastica associabile a un culto religioso, la cosiddetta Venere d’avorio, risale a circa 40.000 anni fa. La filosofia, per contro, nasce in Grecia nel VI secolo a.C, cioè appena 2.600 anni fa. Assumendo prudenzialmente che la Venere d’avorio segni la prima manifestazione del fenomeno religioso nel mondo, abbiamo ancora un periodo di 37.400 anni durante il quale l’uomo è vissuto senza filosofia. E noi dovremmo credere che l’umanità sia vissuta per così tanto tempo prima di liberarsi di un sistema di credenze così inadeguato? Da cosa dipenderebbe, poi, questa inadeguatezza? Dal fatto che il mito non esibisce le proprie ragioni? Questa supposizione implica che l’uomo prefilosofico fosse in certo qual modo sensibile al problema delle giustificazioni razionali, che si rendesse conto del fatto che il mito è un discorso completamente infondato e che, ciononostante, abbia deciso di aspettare trentasette millenni prima di fare qualcosa al riguardo. Infine: di quali giustificazioni stiamo parlando? Non è forse vero che la credenza nella vita ultraterrena poteva giustificarsi al tempo di Omero sulla base della testimonianza dei sogni? Per l’uomo arcaico i sogni avevano la stessa consistenza e la stessa forza probante delle cose viste e toccate durante la veglia. Non c’era bisogno di un atto di fede per credere nei messaggeri onirici: la loro esistenza era considerata un fatto. E per quale ragione si dovrebbe dubitare di qualcosa che si considera un fatto?

Annunci

Dalle alte torri del logos

La giustificazione razionale rende il sapere della filosofia comparativamente stabile rispetto al mito. La metafora sottesa a questo argomento sembra essere questa: la cittadella del logos, con le sue alte torri merlate, difende il pensiero dagli assalti del dubbio e della critica, allo stesso modo in cui le mura di cinta delle antiche città medievali difendevano i centri abitati dagli assedi delle forze nemiche. Ma questa difesa ha un prezzo, perché, nel momento in cui si lascia guidare dal logos, il pensiero si espone anche al rischio della confutazione: chi argomenta deve infatti discendere nell’arena dialettica e impegnarsi a respingere gli attacchi degli avversari, ribattendo alle obiezioni che via via si presentano – e non sempre questo riesce. Non solo, ma il filosofo deve anche rispettare le sentenze del tribunale dei fatti; un tribunale senza appello, capace da solo di far crollare come castelli di sabbia anche i sistemi più blasonati: non furono forse i fatti resi per la prima volta osservabili dal cannocchiale di Galilei a spiantare la millenaria concezione aristotelico-tolemaica dell’universo? Fare filosofia significa mettere in conto la possibilità di vedere un giorno confutate le proprie teorie. Ma questo è precisamente il contrario di un sapere stabile. Il filosofare destabilizza il pensiero, proprio perché lo fa dipendere da fattori oggettivi e non controllabili come la logica e l’esperienza.

Se il mondo è un segno

Per centinaia di migliaia di anni, la meraviglia non ha prodotto alcuno stimolo alla ricerca nel genere umano, perché nell’abisso temporale che precede la nascita della filosofia manca completamente l’idea che la natura sia un ordine regolato da un insieme di leggi cieche e impersonali. La natura è abitata da potenze invisibili che possono interferire in ogni momento con l’ordine degli eventi. Per ciò, quando si verifica un fenomeno inatteso e tale da suscitare meraviglia l’uomo arcaico non si domanda cosa possa averlo causato, perché lo sa già: sono state quelle forze, quelle potenze occulte a causarlo. Il problema è semmai quello di interpretare il senso di quanto è accaduto: cosa significa per noi questo fenomeno? cosa annuncia questo segno? Ora è evidente che, dove l’insolito viene imbrigliato in una rete di preconnessioni mistiche, non vi è alcuno spazio per un atteggiamento di tipo investigativo. Le cause dei fenomeni naturali non vengono ricercate perché si ritiene di conoscerle già: si tratta di azioni compiute da forze occulte e le cui intenzioni devono essere interpretate. Il problema è ermeneutico, non eziologico, e come tale di competenza dell’astrologo o dell’aruspice, non dello scienziato. Ma interrogarsi sulle intenzioni di queste forze occulte non è pur sempre un modo di ricercarne le cause? Sì, ma nel momento in cui l’indagine si sposta sulle supposte intenzioni che stanno dietro ai fenomeni naturali, viene meno ogni interesse per la causalità naturale. Le cause naturali diventano completamente irrilevanti nella spiegazione dei fenomeni. Che m’importa di conoscere la catena delle cause naturali che hanno determinato un’eclissi solare? Se l’eclissi accade per realizzare il fine di un agente sovrannaturale, quello sarà la sua vera causa. La causalità naturale non sarà che il modo nel quale il fine si è realizzato. Ma la scienza non può nascere se la ricerca delle cause naturali è messa completamente in secondo piano. Questa è la ragione per cui i Babilonesi si limitarono a misurare i moti degli astri senza mai sviluppare un modello geometrico dell’universo, cosa che invece fecero i Greci. Una volta che il moto degli astri venga ricondotto a uno schema geometrico, non c’è più spazio per l’azione arbitraria di agenti sovrannaturali, perché tutto deve accadere secondo quanto previsto dal modello teorico. E se qualcosa disattende le previsioni, allora suscita meraviglia: è a quel punto che l’accadere dell’imprevisto spinge alla ricerca delle cause naturali. Il moto retrogrado di Marte può diventare un problema scientifico solo se prima ho elaborato un modello dell’universo, e allora mi chiederò: posso assimilare il moto retrogrado allo schema delle sfere? Altrimenti il fenomeno resta semplicemente un omen, un segno da interpretare. La tesi aristotelica per cui la meraviglia ci spinge a cercare le cause dei fenomeni poggia pertanto sull’assunto non dichiarato che la natura, almeno nei suoi aspetti più generali, sia vista come un ordine governato da leggi inflessibili. Ma il pensiero arcaico non conosce il determinismo.

Come le ombre dell’Ade

Ai tempi di Omero non si moriva mai veramente del tutto. Anche le ombre dell’Ade riprendevano un poco di vita se veniva dato loro del sangue. Così il pensiero arcaico è sempre pronto a rivivere in qualunque momento non appena trovi il modo di allearsi con l’impulso teoretico. Quando ciò accade, la filosofia assume la sua forma canonica, cioè quella di un’illusione sub specie logica. Questa illusione è tanto più difficile da vedere, in quanto è rivestita da un esoscheletro razionale che, col passare del tempo, si fa sempre più spesso e coriaceo. Sembrerà allora che il fine della ragione sia stato realizzato. Solo poche piccole particolarità nella configurazione delle varie dottrine ci serviranno da segnale per metterci sulle tracce del potente bisogno che esse soddisfano. Facciamo un esempio: «Si dovrebbe avere un’intelligenza ben pigra», osserva Aristotele, «per non domandarsi come mai una piccola zolla di terra, se la si lascia andare dopo averla sollevata, cade e non vuole rimanere dove la si è posta… mentre se si sollevasse e si lasciasse andare la terra intera, questa non si muoverebbe.» Come noto, Talete aveva creduto di risolvere il problema affermando che, se la terra non cade, è perché galleggia sull’acqua, come farebbe un pezzo di legno. Una soluzione che lascia alquanto a desiderare, perché la terra è più pesante dell’acqua, e perché anche l’acqua tende naturalmente a cadere, se non poggia su qualche supporto. Anassimandro tentò una soluzione completamente diversa, ragionando in questo modo: la terra non cade perché si trova al centro dell’universo, «equidistante da tutti gli estremi». Il carattere apparentemente razionale di questa argomentazione ha indotto Karl Popper a dichiarare che, quella di Anassimandro, è «una delle più audaci, rivoluzionarie e portentose idee di tutta la storia del pensiero umano.» È significativo che Popper non si sia accorto della stranezza della tesi di Anassimandro: perché il semplice fatto di raggiungere il punto di equidistanza dagli estremi di una sfera dovrebbe arrestare la caduta di un corpo? e, più in generale, dove sta il nesso tra il moto di un corpo e la sua posizione relativa all’interno di un sistema fisico? Da un punto di vista logico, l’argomento di Anassimandro è un puro non sequitur. Ma qui è la morale, e non la logica, a stabilire la posizione degli elementi. La terra deve stare al centro perché, se cadesse, invaderebbe un territorio nemico e l’ordinamento morale del mondo sarebbe distrutto. Come nel mito. Solo che qui, a differenza che nel mito, l’istanza morale viene in un certo senso rinforzata da un argomento di natura vagamente geometrica. Popper non si accorge di questa istanza morale; vede solo il suo rinforzo razionale.

La canzone antica del marinaio

La filosofia non esprime un’istanza di emancipazione dal mito, non è quel glorioso risveglio alla luce del sole, ma è il tentativo di realizzare, con i mezzi di un sapere desacralizzato, gli stessi scopi del mito, in un tempo in cui la religione ha allentato la sua presa sulle coscienze degli uomini. La filosofia è la canzone nostalgica del marinaio che agogna il ritorno in patria. Come il mito, anch’essa nasce dal bisogno di approntare un’immagine rassicurante, consolatoria del mondo, di privare la vita dei suoi orrori. Ma la natura non rispecchia i desideri dell’uomo. In quell’immensa metastasi spazio-temporale che noi chiamiamo universo, l’uomo non è che un accidente del caso disegnato sulle dune del tempo. È quindi inevitabile che la filosofia finisca per illudere l’uomo, e che lo faccia per mezzo di quella stessa ragione che avrebbe dovuto destarlo alla conoscenza. In questo senso, la filosofia ha in larga parte fallito la sua missione storica. Non perché la ragione fosse, in qualche modo, limitata nelle sue facoltà, come vorrebbero i kantiani, ma perché, quando si è trattato di scegliere tra la felicità e le punte acerbe del vero, gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce.

Il sogno del pastore errante

Non è forse assurdo pensare che vi sia stata una notte terribile, in un lontano passato, quando anche la volta del cielo mostrava costellazioni diverse, in cui un qualche pastore errante fu per la prima volta in grado di alzare lo sguardo sul mondo e di provare orrore per la sua condizione e per quella dei propri consimili. Ma l’orrore di questa visione non poteva essere sopportato a lungo. Così il pastore, stremato, cadde a terra e iniziò a sognare. Nacque allora il mito, e fu così che la verità venne sepolta per sempre. Grazie al mito, il mondo venne riscaldato alla fiamma del cuore e cessò di apparire come un mostro di potenza cieca e indifferente ai bisogni dell’uomo. Si iniziò a pensare che dietro alla trama dei fenomeni si agitassero potenze simili a noi, con le stesse passioni e desideri. Il mondo divenne qualcosa con cui si potevano finalmente stabilire degli accordi, dei patti, qualcosa che soggiaceva alla logica del do ut des, e che al limite si poteva anche tentare di corrompere con dei doni o placare con dei sacrifici. Così, strappando il mondo alla sua indifferenza e reinterpretandolo alla luce di categorie interamente umane come il volere, il decretare, il decidere e l’agire in conformità a un fine, il mito ci ha salvato dall’orrore del vivere.

Non la causa, ma l’effetto

popoli-del-mare-iscrizione

Tra la fine del XIII e l’inizio del XII secolo a.C. una serie di ondate migratorie, dovute forse a un prolungato periodo di siccità (che la dendrocronologia documenta), sconvolge radicalmente il quadro geopolitico che si era venuto a formare nella tarda Età del Bronzo. I Popoli del Mare, una confederazione di predoni di origini sconosciute, invadono la Grecia, l’Anatolia, la Siria, la terra di Canaan e le isole di Creta e Cipro, lasciandosi ovunque alle spalle una scia impressionante di morte e devastazione.

L’unico paese in grado di contenere l’assalto di questi predoni è l’Egitto di Ramses III, che riesce a fermarli sulle soglie del delta orientale, durante l’ottavo anno del suo regno:

Coloro che vennero insieme dal mare, trovarono un grande fuoco di sbarramento alle bocche del Nilo e un muro di lance che li risospinse sulla riva. Così furono trascinati sulla spiaggia, circondati, ridotti alla prostrazione, uccisi e fatti a pezzi dalla testa ai piedi. Le loro navi furono inabissate e i loro beni gettati nel mare. Feci in modo che i popoli di queste terre non menzionassero neppure il nome dell’Egitto, poiché quando pronunciano il mio nome nella loro terra, essi vengono inceneriti all’istante.

Ma l’Egitto era allora una potenza che nessuno poteva seriamente pensare di soggiogare. Le altre nazioni, invece, vennero travolte dalla forza d’urto dell’invasore. «Nessun paese era in grado di resistere alle loro armi», ricorda ancora Ramses, «tutti furono eliminati in un colpo solo.» Nemmeno i Micenei riuscirono a fermare i Popoli del Mare. L’intero apparato statale venne distrutto e – cosa più importante – la casta sacerdotale venne spazzata via, totalmente e definitivamente. Da quel momento la Grecia non ebbe più un centro di irradiazione del mito. Fu in questo deserto materiale e spirituale che lo strano e inquieto fiore della filosofia spiegò la sua corolla al cielo. La filosofia non fu dunque la causa dell’eclissarsi del mito, ma il suo effetto.