Russell e la filosofia come Terra di Nessuno

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Nella sua Storia della filosofia occidentale, Bertrand Russell scrive che la filosofia è qualcosa di mezzo tra la teologia e la scienza:

“Come la teologia, si fonda su speculazioni che non hanno finora portato a conoscenze definite; come la scienza, si appella alla ragione umana piuttosto che all’autorità, sia quella della tradizione che quella della rivelazione; tutte le nozioni definite, direi, appartengono alla scienza; tutto il dogma, cioè quanto supera le nozioni definite, appartiene alla teologia. Ma tra la teologia e la scienza esiste una Terra di Nessuno, esposta agli attacchi di entrambe le parti; questa Terra di Nessuno è la filosofia. (Russell, 1945, p. 13)

Questa metafora della filosofia come Terra di Nessuno è, secondo me, in parte corretta e in parte fuorviante. Indubbiamente ci sono molti ambiti nei quali la scienza ha effettivamente soppiantato la filosofia. Penso, ad esempio, alla cosmologia, alla fisica, alla biologia e, in generale, alle scienze sperimentali. L’avanzare della scienza in tutti questi campi è stato un trionfo dell’umanità e non ho nessuna nostalgia per le spiegazioni metafisiche dei filosofi in questi campi.

Il senso per cui questa metafora è fuorviante è più sottile e difficile da capire. Russell immagina che la scienza e la filosofia si escludano a vicenda. La metafora della Terra di Nessuno sembra suggerire che l’avanzare della scienza, con le sue “nozioni definite”, farà progressivamente sparire la filosofia. E se oggi rimangono dei campi in cui la filosofia ha ancora qualcosa da dire, ciò accade perché la scienza non è ancora riuscita a piantarvi la sua bandiera.

Le cose, però, non stanno proprio così, e vorrei mostrare perché, facendo un solo esempio che ha a che fare con l’etica.

Recentemente, la rivista Science ha pubblicato un articolo sui veicoli a guida automatica (AV). L’articolo, intitolato The social dilemma of autonomous vehicles , affronta il problema etico che si pone qualora un AV fosse costretto a scegliere tra due mali, come ad esempio investire un pedone o sacrificare la vita del guidatore. I programmatori dovranno definire gli algoritmi che aiuteranno l’AV a prendere una decisione.

Abbiamo scoperto che i partecipanti a sei studi fatti da Amazon Mechanical Turk approvano un AV utilitaria (vale a dire, un AV che sacrifica i suoi passeggeri per un bene maggiore) e vorrebbe che altri la comprassero, ma loro preferirebbero un AV che protegge il passeggero a ogni costo. I partecipanti allo studio disapprovano l’applicazione di regole utilitarie per gli AV e sarebbero meno disposti a comprarle. Pertanto, regolare gli algoritmi in modo utilitario potrebbe paradossalmente aumentare il numero degli incidenti ritardando l’adozione di una tecnologia più sicura. (Bonnefon, J-F. et al., 2016, p. 1573)

Ora, è chiaro che l’algoritmo che dovrà determinare la decisione dell’AV non può essere stabilito per via sperimentale, perché è una questione di natura squisitamente etica.

Con questo non intendo naturalmente sostenere che l’etica sia una disciplina completamente avulsa dai fatti. Sapere come stanno le cose è importantissimo quando si tratta di stabilire se una certa teoria etica è valida oppure no, e la scienza svolge in questo senso un ruolo imprescindibile. Supponiamo, ad esempio, che qualcuno voglia giustificare una qualche forma di discriminazione del gruppo x sulla base del fatto che gli appartenenti a quel gruppo sono meno intelligenti rispetto al resto della popolazione. I fautori di questa teoria dovrebbero risolvere due problemi, uno fattuale e uno non fattuale.

Il problema fattuale è questo: bisogna dimostrare che i membri del gruppo x sono effettivamente meno intelligenti degli altri. E questo è un problema di pertinenza della scienza.

Ora, anche supponendo che la scienza possa dimostrare una cosa del genere, resta comunque un secondo problema. Perché dalla premessa fattuale:

(PF) i membri del gruppo x sono meno intelligenti della media

non è possibile ricavare la conclusione che, allora

(C) è giusto discriminare i membri del gruppo x.

La ragione per cui non è possibile ricavare (C) è puramente logica: semplicemente la conclusione non segue dalla premessa. Più in generale, non è mai possibile derivare una conclusione di natura etica da una premessa di tipo fattuale, e ogni pretesa di farlo incorre in quella che i filosofi chiamano fallacia naturalistica.

Se volessimo far funzionare l’argomento dovremmo assumere un’ulteriore premessa di natura etica, che dice: “È giusto discriminare i gruppi che sono meno intelligenti della media”. In questo modo, l’argomento avrebbe una coerenza logica, perché diverrebbe:

(PE) È giusto discriminare i gruppi che sono meno intelligenti della media,

(PF) i membri del gruppo x sono meno intelligenti della media, quindi

(C) è giusto discriminare i membri del gruppo x.

Adesso abbiamo un argomento ben formato. Solo che questo argomento dipende da una premessa etica (PE), che non è a sua volta giustificabile empiricamente. Che l’argomento sia valido è, però, ancora tutto da dimostrare. Secondo me non lo è, perché se anche fosse vero che ci sono differenze cognitive individui appartenenti a gruppi diversi, la discriminazione dei meno intelligenti sarebbe comunque ingiustificata. Ma questa è tutta un’altra storia.

 

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Bonnefon, Jean-François; Shariff, Azim; Rahwan, Iyad (2016), The social dilemma of autonomous vehicles, in “Science”, 6/24/2016, Vol. 352, Issue 6293, pp. 1573-1576.

Russell, Bertrand (1945), History of Western Philosophy and its Connection with Political and Social Circumstances from the Earliest Times to the Present Day. Tr. it. Storia della filosofia occidentale e dei suoi rapporti con le vicende politiche e sociali dall’antichità a oggi, TEA, Milano 1991.

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A cosa serve la filosofia? (Risposta a una lettrice/lettore)

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Una lettrice o lettore (non ho ben capito) del mio blog mi scrive:

A cosa serve la filosofia? E’ qualcosa che è bene fare?
Io la studio all’università. Ma nei momenti bui (scetticismo; devo scrivere/leggere un paper, ma non ne ho minimamente voglia; parenti e amici mi guardano dall’alto in basso e io ne soffro) bramo una risposta diversa dal semplice “Mi piace e non vedo che altro potrei fare”.

A differenza di molti filosofi, che si impermalosiscono quando viene chiesto loro a cosa serve la filosofia, io penso che questa domanda sia importante e che meriti una risposta. La mia è questa.

Primo. La filosofia serve a risolvere problemi. Non condivido per nulla l’idea di coloro per i quali la filosofia sarebbe una specie di contemplazione disinteressata della realtà. Ritengo che questo modo di intendere la filosofia sia profondamente fuorviante e che non rifletta la pratica reale del filosofare. Un filosofo, come dice Aristotele, è uno che innanzitutto si meraviglia del fatto che le cose non stanno come lui aveva pensato e che vuole vederci chiaro. Per un filosofo il mondo non è uno spettacolo da contemplare, ma un enigma da sciogliere. Se non scorgi il carattere enigmatico del mondo, non puoi sentire il bisogno della filosofia, e quindi ti sembrerà inutile. Anzi, ti sembrerà che il filosofo si complichi inutilmente la vita, perché si inventa dei problemi che non esistono.

Secondo. A differenza di molti miei colleghi, io non credo affatto che la filosofia abbia un oggetto particolare o privilegiato di studio. Ad esempio, non credo per nulla a quella minchionata per cui la filosofia si occupa del tutto o del senso dell’essere, mentre le scienze si occupano di aspetti particolari della realtà. Ciò è semplicemente falso. La filosofia si occupa di moltissimi problemi, alcuni generali, altri particolari. Certi problemi sono molto concreti e possono essere avvertiti nella vita di tutti i giorni anche dal non filosofo. Pensa ad esempio, a questi problemi di natura etica:

  1. È giusto mantenere in vita un individuo in coma irreversibile, semplicemente perché disponiamo della tecnologia per farlo?
  2. È giusto permettere a una donna di mettere il proprio utero in affitto per permettere a una coppia sterile di avere dei figli?
  3. Ci sono dei casi in cui la tortura è moralmente accettabile?
  4. Ci sono dei casi in cui una guerra preventiva è moralmente accettabile?
  5. Ci sono delle cose che non possono essere messe in vendita?
  6. Ci sono limiti alla libertà di espressione?
  7. Qual è la migliore forma di governo?
  8. Come devo condurre la mia vita?

La lista potrebbe andare avanti all’infinito. I problemi di cui la filosofia si occupa non sono mai irrilevanti, ma sono sempre problemi reali. Alcuni sono più concreti e facilmente avvertibili, altri sono più astratti e difficili da avvertire. I problemi etici sono più urgenti e concreti, ma ci sono altri problemi tipicamente filosofici che sono altrettanto importanti. Pensa ad esempio a questi problemi epistemologici:

  1. Esiste una linea di demarcazione tra la scienza e la pseudoscienza?
  2. Cosa rende il metodo scientifico affidabile?
  3. Quali sono i criteri per cui si può affermare che una certa credenza è razionalmente giustificata?
  4. Una teoria scientifica funziona perché è vera, oppure la definiamo “vera” perché funziona? O nessuna di queste due opzioni?
  5. È possibile costruire una scienza a partire dall’esperienza, oppure a partire da un insieme di principi che sono veri a priori?

Il contributo che i filosofi hanno portato per rispondere a queste domande è stato immenso. Non tanto perché abbiano trovato delle risposte definitive (è un po’ ingenuo credere nelle risposte definitive), ma perché ci hanno permesso di mettere a fuoco meglio i problemi e soprattutto di evitare un sacco di errori.

Terzo. La filosofia è molto utile anche a livello individuale, perché raffina il senso critico delle persone. Chi studia filosofia dovrebbe imparare a pensare criticamente, a mettere in questione i luoghi comuni, a individuare gli errori e le fallace nei ragionamenti degli altri e anche nei propri. In questo senso, la filosofia può essere vista come un vaccino contro le stronzate. Bertrand Russell esprimeva questo concetto molto meglio di me, e scriveva:

Gli uomini temono il pensiero più di ogni altra cosa al mondo – più della rovina, anche più della morte. Il pensiero è sovversivo e rivoluzionario, distruttivo e terribile; il pensiero non ha pietà del privilegio, delle istituzioni stabilite e delle comode abitudini; il pensiero è anarchico e fuorilegge, indifferente all’autorità, incurante della collaudata saggezza dei secoli. Il pensiero scruta la fossa dell’inferno senza paura. Vede l’uomo, un flebile granello, circondato da insondabili profondità di silenzio; eppure ha un portamento orgoglioso, impassibile, come se fosse il signore dell’universo. Il pensiero è grande e fulmineo e libero, è la luce del mondo e la più grande gloria dell’uomo. Ma se il pensiero diventa il possesso di molti, e non il privilegio di pochi, abbiamo finito di aver paura.

 

 

Perché non esiste lo spazio assoluto, ovvero Michelson-Morley Vs Newton e Russell

Interferometro

Ci sono delle ragioni teoriche per dubitare dell’esistenza dello spazio assoluto newtoniano? Per rispondere a questa domanda dobbiamo riflettere più attentamente di quanto non abbiamo fatto finora su alcuni principi della meccanica classica. In particolare dobbiamo riflettere sulla relazione tra il principio di relatività galileiano e il concetto di sistema inerziale.

Un sistema di coordinate si dice inerziale se non sta accelerando o, il che è lo stesso, se su di esso non agiscono forze. Ma ciò può solo accadere in due casi:

  1. Se il sistema si trova in uno stato di quiete assoluta.
  2. Se il sistema è in moto rettilineo uniforme.

Il concetto di sistema inerziale non sembra dunque escludere in linea di principio l’esistenza dello spazio assoluto.

La meccanica classica si fonda però anche sul principio di relatività galileiano, il quale afferma che le leggi della meccanica devono avere la stessa forma in tutti i sistemi inerziali.

Ciò significa che se lo spazio assoluto esiste, allora, per il principio di relatività, le leggi fisiche devono avere la stessa forma sia per un sistema di riferimento in quiete assoluta sia per un sistema di riferimento in moto rettilineo uniforme. La ragione è questa: se esiste uno stato di quiete assoluta, allora un corpo che si trovasse in quello stato non sarebbe soggetto a forze, e quindi sarebbe per definizione un sistema inerziale. Ma se è un sistema inerziale, allora le leggi fisiche che lo riguardano devono avere la stessa forma di un sistema che si trovi in moto rettilineo uniforme. Il principio di relatività e il concetto di spazio assoluto non sembrano dunque escludersi a vicenda. Di questo avviso era, ad esempio, Bertrand Russell che, nel suo monumentale I principi della matematica scriveva:

il moto assoluto è essenziale per la dinamica, ed esso implica lo spazio assoluto. Tale fatto, che costituisce una difficoltà per le filosofie correnti, è invece per noi una potente conferma della logica sulla quale sono state basate le nostre discussioni.

In questo articolo cercherò di mostrare che Russell si sbagliava. Il mio argomento è questo: o lo spazio assoluto esiste, ma allora il principio di relatività non è valido; oppure il principio di relatività è valido, ma allora lo spazio assoluto non esiste.

La tesi che intendo sostenere può a prima vista sembrare paradossale e controintuitiva. Ma, come vedremo, ci sono delle forti ragioni logicheepistemologiche e, da ultimo, empiriche a sostegno della mia posizione.

L’identità degli indiscernibili

Le ragioni di ordine logico hanno a che fare con il principio dell’identità degli indiscernibili. Questo principio, che dobbiamo a Leibniz, ha la seguente forma logica:

F(FxFy) → x=y

Il principio si legge così: se, per ogni proprietà F, l’oggetto x possiede F se e solo se l’oggetto y possiede F, allora x è identico a y. Un modo meno formale e più intuitivo di esprimere questo principio consiste nel dire che se due oggetti x e hanno le stesse proprietà, allora non sono due oggetti, ma un oggetto.

Il principio degli indiscernibili è il nostro primo indizio a sostegno della nostra tesi. Infatti, se il principio di relatività è valido sia per i sistemi di riferimento che si trovano in quiete assoluta che per quelli in moto rettilineo uniforme, allora non c’è alcun modo per distinguere un sistema dall’altro. Nessun esperimento condotto all’interno di un sistema inerziale potrà mai dirci se ci troviamo in quiete assoluta o se ci stiamo muovendo. Ma allora per quale ragione dovremmo supporre che esistano due stati di cose (la quiete e il moto rettilineo uniforme) e non uno?

Ma se si ammette che possa esistere un solo stato di cose, questo potrà solo essere il moto rettilineo uniforme, non la quiete assoluta. Possono infatti esistere infiniti sistemi inerziali in moto relativo l’uno rispetto all’altro, mentre può esistere un solo stato di quiete assoluta.

La clausola del significato

Strettamente legato al principio degli indiscernibili è un altro principio, stavolta epistemologico, che si chiama clausola del significato. Ecco come lo formula Einstein:

concetti e distinzioni sono ammissibili solo nella misura in cui dei fatti osservabili possano essere loro riferiti senza ambiguità (clausola del significato per concetti e distinzioni). Questo postulato, di pertinenza dell’epistemologia, è di fondamentale importanza.

Il caso che stiamo considerando è, in questo senso, paradigmatico. Il concetto di sistema inerziale non ci permette di distinguere tra lo stato di quiete e il moto rettilineo uniforme, e proprio per questo non è riferibile, senza ambiguità, a dei fatti osservabili. Ne consegue che la distinzione è priva di significato. Non, però, nel senso neopositivistico della totale mancanza di significato (di fatto siamo capaci di immaginare un mondo che comprende un sistema di riferimento assoluto); ma nel senso relativo, e cioè: la distinzione non ha significato fisico, non ha alcuna ricaduta sul modo in cui i fenomeni naturali vengono descritti.

L’etere come spazio assoluto

Ma supponiamo, per un momento, che non sia così: supponiamo cioè che lo spazio assoluto esista e che la sua esistenza soddisfi la clausola einsteiniana del significato. Ciò significherebbe che la distinzione tra un sistema di riferimento in quiete assoluta e uno in modo rettilineo uniforme è riferibile senza ambiguità a dei fatti osservabili. In questo caso dovremmo rinunciare al principio di relatività galileiano, perché avremmo a che fare con due diversi tipi di sistema inerziale per i quali le leggi fisiche hanno una forma diversa.

Il caso che sto prospettando non è affatto teorico, ma è stato preso seriamente in considerazione nel XIX secolo, dopo la scoperta della natura ondulatoria della luce, ad opera di Thomas Young. Se la luce è un’onda, allora deve esistere un mezzo che le permette di propagarsi nello spazio. A questo mezzo è stato dato il nome di etere luminifero.

Il problema, a questo punto, era di determinare quale fosse la natura dell’etere. Più precisamente, si trattava di capire se l’etere avesse un carattere puramente meccanico oppure no. Dire che l’etere ha carattere meccanico significa dire che è soggetto alle leggi della meccanica classica e che, pertanto, si comporta come l’aria. Ad esempio: se chiudo ermeticamente le pareti di una scatola, la quantità di etere presente in essa viene trascinata con essa. Ciò significa, però, che se faccio partire un’onda luminosa da una scatola in movimento, l’onda viaggerà a velocità diverse rispetto a un osservatore esterno: più velocemente nella direzione del moto e più lentamente nella direzione contraria al moto. In questo caso, la velocità della luce non sarebbe costante, ma dipenderebbe dalla velocità relativa della sorgente luminosa. Ciò sarebbe perfettamente coerente con i principi della meccanica classica.

Se invece l’etere non ha carattere meccanico, allora il suo comportamento non presenta alcuna analogia con quello di un’onda sonora. Una scatola chiusa ermeticamente non porta a spasso con sé l’etere. Piuttosto l’etere permea e attraversa la materia come un grande oceano senza prendere parte al moto. L’etere sarebbe allora la rappresentazione fisica dello spazio assoluto newtoniano.

In questo caso, un sistema di coordinate K0 che si trovasse in quiete rispetto all’essere sarebbe in quiete assoluta, e un sistema Kin moto rettilineo uniforme rispetto ad esso sarebbe in moto assoluto. Ma allora dovremmo rinunciare al principio di relatività galileiano: in quanto K0 è un sistema avente il privilegio assoluto di servire come termine di paragone per gli altri sistemi di riferimento, alcune leggi fisiche dovrebbero avere una forma differente per questo sistema.

Per comprendere il senso di questa mia ultima affermazione, immaginiamo di condurre il seguente esperimento: una sorgente luminosa in moto assoluto emette un raggio luminoso all’interno di una scatola trasparente. Un osservatore esterno che si trovi in uno stato di quiete assoluta descrive quello che vede. Ecco cosa direbbe: la mia posizione di identifica con l’oceano d’etere. Per me la luce di propaga alla stessa velocità in tutte le direzioni.

Un osservatore interno alla scatola racconterebbe invece una storia diversa: io mi sto muovendo attraverso l’oceano d’etere. L’onda di luce lanciata dal centro della scatola raggiungerebbe una parete prima dell’altra.

Ciò significa, in altre parole, che se lo spazio assoluto esiste, allora la velocità della luce sarebbe la stessa in tutte le direzioni solo per l’osservatore privilegiato che si trova in K0.

L’esperimento Michelson-Morley

L’esperimento che abbiamo appena descritto è cruciale, perché mette alla prova ipotesi dell’esistenza dello spazio assoluto. Esso è stato condotto da Albert Abraham Michelson e da Edward Morley. L’esperimento consisteva nel dividere un raggio di luce in due raggi che viaggiano perpendicolarmente e che vengono poi fatti convergere su uno schermo per formare una figura di interferenza. L’idea era che se l’etere esiste, allora avrebbe fatto viaggiare i raggi di luce a velocità diverse lungo il percorso. Ciò avrebbe dovuto creare una figura di interferenza diversa a seconda dell’orientamento dei raggi luminosi rispetto all’etere (figura sotto, a destra).

 

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Nulla di tutto ciò accadde, però. Ciò può significare solo una cosa: che la luce si propaga alla stessa velocità in tutte le direzioni (figura sopra, a sinistra). Ma se così stanno le cose, ne consegue che l’etere non esiste. Il principio di relatività galileiano viene così salvato, ma al prezzo di rinunciare all’antica superstizione dello spazio assoluto.