La trave nell’occhio dello scettico

Fra le norme del galateo filosofico vi è quella che prescrive di non dare il proprio assenso alle asserzioni prive di fondamento: non devi credere in qualcosa a meno che tu non abbia un buon motivo per farlo. A questa norma bisognerebbe però aggiungere un complemento: non devi nemmeno dubitare di qualcosa senza un buon motivo per farlo. Il dubitare non è meno compromettente del credere. Per dubitare di una notizia che ho letto sul giornale di oggi devo avere una qualche ragione, e non tutte le ragioni sono egualmente buone. Non basta dire, ad esempio, che i giornali talvolta ci ingannano: troppo generico. Ammesso che ciò sia vero, cosa mi garantisce che questo principio valga anche per la notizia in questione? Per dubitare di una notizia specifica ho bisogno di indizi specifici che giustificano il dubbio. Se questi indizi mancano, il mio dubitare è altrettanto arbitrario quanto può esserlo il fatto di credere senza motivo. In generale, la mera possibilità che un’informazione sia falsa è un pessimo motivo per supporre che lo sia – e il dubitare è appunto la conseguenza di questo supporre. Anche lo scettico, per il quale bisogna dubitare di tutto per il semplice fatto che si può dubitare, assume dunque una posizione dogmatica. Solo che non se ne accorge, e comicamente rimprovera gli altri di dogmatismo. Quando poi solleva il suo sopracciglio dubbioso dinanzi alle migliori teorie scientifiche (come l’evoluzionismo), dimostra di non vedere l’enorme trave conficcata nel suo occhio. Come? Da una parte abbiamo una teoria corroborata letteralmente da milioni di fatti indipendenti, dall’altra la mera possibilità che sia tutto un errore, e il piatto della bilancia dovrebbe pendere dalla tua parte?

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Per una controstoria dello scetticismo

Scetticismo

Secondo un’opinione molto diffusa, la credulità sarebbe plebea per essenza, mentre lo scetticismo sarebbe il contrassegno più chiaro di uno spirito raffinato e profondo: «è l’aristocrazia dell’intelligenza», dicevano i fratelli Goncourt.

Può darsi che sia così. Storicamente, però, lo scetticismo filosofico è sempre stato usato per combattere delle battaglie di retroguardia. Il ricorso alla testimonianza dei sensi è tollerabile finché corrobora gli antichi dogmi della tradizione. Ma non appena delle controprove vengano portate alla luce, ecco che si rispolvera il solito vecchio organetto di argomentazioni scettiche. Allora si scopre che i sensi ci ingannano.

In età moderna, ad esempio, lo scetticismo venne usato per difendere la fede cristiana dall’avanzare della nuova scienza sperimentale. Galileo aveva dimostrato che la fisica e la cosmologia aristotelica erano false. Ciò aveva assestato un colpo durissimo all’autorità della Chiesa, che subito corse ai ripari. Si capì che non era sufficiente perseguitare gli eretici e mettere all’Indice i loro libri: bisognava anche impedire che alle nuove generazioni venisse in capo l’idea di seguire le loro orme.

Non stupisce allora scoprire come in Francia, intorno alla figura del potente cardinale Richelieu, venisse a formarsi un circolo di lìbertins érudits di chiara fede pirroniana. Fra questi, spiccano i nomi di Marandé, segretario del cardinale, e di La Mothe Le Vayer, precettore del futuro Luigi XIV. Quest’ultimo pensava che il valore dello scetticismo stesse nell’eliminare la possibilità e, con ciò stesso, anche l’interesse per la scienza. La ricerca scientifica era vista come una forma di empietà che doveva essere abbandonata per lasciare posto alla fede.

Del resto, già Montaigne qualche tempo prima aveva detto che non bisogna meravigliarsi se i nostri mezzi terreni non possono attingere al soprannaturale. E aggiungeva:

noi, per parte nostra, possiamo metterci solo l’obbedienza e la sottomissione.

Fu in questo clima di scetticismo diffuso che sorse la filosofia di Cartesio. Egli fu il più scaltro e lungimirante dei suoi contemporanei, perché capì che la rivoluzione in corso non si poteva fermare. Galileo aveva vinto, ma si poteva comunque usare lo scetticismo per costringerlo a incorporare la vecchia metafisica nelle premesse del discorso scientifico. Che cosa ci insegna dopotutto Cartesio? Che per sconfiggere lo scettico è necessario postulare l’esistenza di un Dio che garantisca l’affidabilità dei sensi. Ciò significa: mandate pure in soffitta Aristotele! Mettete a soqquadro la natura con le vostre indagini e i vostri esperimenti! Ma sappiate che se un giorno foste tentati di revocare in dubbio l’esistenza di Dio, dovreste dubitare anche dei vostri sensi. In questo modo lo scetticismo tornerebbe fuori dal Tartaro in cui l’abbiamo cacciato e l’intero edificio della scienza crollerebbe come un castello di carte.