Miseria dello storicismo crociano

Italy Benedetto Croce

Nel saggio Logica come scienza del concetto puro (1909), Benedetto Croce dice un sacco di cose divertenti sulla scienza. Secondo lui, “le scienze naturali non sono altro se non edifizi di pseudoconcetti” (p. 229). La ragione è questa:

A fondamento delle leggi o concetti empirici è il postulato della costanza o uniformità della natura […]. [Ma] Il pensiero comune, al pari di quello filosofico, sa che la realtà non è né costante, né uniforme; e che, anzi, è in perpetua trasformazione, evoluzione e divenire. (p. 234)

Ora, che i concetti scientifici si fondino sul presupposto della regolarità dei fenomeni naturali è certamente vero: nella misura in cui è interessato a scoprire le leggi della natura, lo scienziato deve come minimo supporre che queste leggi esistano, e che pertanto esistano delle regolarità. La supposizione che esistano delle regolarità, però, non esclude che in natura esistano mutamenti. Nessuno scienziato suppone che la natura sia un essere pietrificato alla maniera di Parmenide. Molte delle leggi che egli scopre sono, anzi, leggi del mutamento. In che senso, allora, il mutamento della realtà naturale metterebbe in questione il postulato dell’uniformità? Poche pagine dopo, Croce ce lo spiega, e qui viene la parte divertente:

Accoppiando un lupo a una lupa, si avrà un lupacchiotto, il quale, dopo un po’, diventerà un nuovo lupo, con le sembianze, le forze e gli abiti dei suoi genitori; ma quel lupo non sarà identico ai suoi genitori; altrimenti, come mai i lupi si evolverebbero con l’evolversi della realtà, tutta, di cui sono parte indivisibile? (p. 234)

Due lupi si accoppiano e mettono al mondo un lupacchiotto. Questo lupacchiotto non è perfettamente identico ai suoi genitori, altrimenti non esisterebbe l’evoluzione delle specie viventi. A questo primo argomento verrebbe da rispondere: “E allora? Nessuno scienziato ai tempi di Croce negava l’evoluzione delle specie viventi. Anzi, l’evoluzione e le sue leggi erano state scoperte proprio da Darwin, che è uno scienziato.”

Ma il secondo esempio di Croce è ancora più divertente:

Analizzando chimicamente un litro d’acqua, si ottiene H2O; ma, ricombinando chimicamente H2O, l’acqua che si riottiene è, per modo di dire, la stessa di prima; giacché quel combinare e ricombinare qualche modificazione deve avere prodotta (ancorché non percepita da noi), e, in ogni caso, nel momento seguente, mutazioni sono avvenute nella realtà, da cui l’acqua non è separabile, e, perciò, nell’acqua stessa, presa in concreto. (p. 235)

Se scomponete e ricomponete chimicamente un litro d’acqua, alla fine non ottenete lo stesso litro d’acqua, ma qualcosa di diverso. Davvero? E cosa? Croce non lo sa, però “quel combinare e ricombinare qualche modificazione deve avere prodotta”. In ogni caso, siccome Croce ha deciso che l’acqua “in concreto” comprende anche la totalità delle sue relazioni esterne, è sufficiente che nel frattempo qualcuno abbia aperto la finestra per poter dire che l’acqua è cambiata. Un capolavoro!

 

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Croce, Benedetto (1909), Logica come scienza del concetto puro, Laterza, Bari.

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Hayek e il dogma della previsione totale

 

hayek

C’è un pregiudizio che bisognerebbe demolire a proposito della supposta superiorità delle scienze naturali rispetto alle scienze umane, ed è questo:

le scienze naturali (fisica, chimica, ecc.) sono “pienamente sviluppate”, mentre le scienze umane (economia, sociologia, psicologia, ecc.) non lo sono ancora.

Il motivo per cui le scienze naturali sono pienamente sviluppate – così sostiene il pregiudizio – è che riescono a fare previsioni accurate (il che è vero), mentre le scienze umane non riescono a prevedere, se non in modo molto vago, gli eventi che studiano (vero anche questo). Un astronomo può calcolare con precisione sbalorditiva le eclissi solari dei prossimi cent’anni, mentre nessun’economista è in grado di dirti con la stessa sicurezza se tra un anno ci sarà una crisi finanziaria.

Da questo fatto nasce quello che potremmo chiamare “il dogma della previsione totale”:

le scienze umane si trovano ancora in uno stato pre-scientifico o proto-scientifico. Hanno ancora molta strada da fare. Gli scienziati sociali devono impegnarsi a far diventare le loro discipline quanto più simili alla scienze naturali. Idealmente, l’economista dovrebbe essere in grado un giorno di prevedere le crisi economiche con la stessa precisione con cui l’astronomo prevede le eclissi.

Hayek e il problema della complessità

Uno dei primi a criticare il dogma della previsione totale è stato l’economista Friedrich A. von Hayek. In un articolo intitolato La teoria dei fenomeni complessi (1967), Hayek sostiene che la ragione per cui le scienze naturali riescono a fare previsioni accurate è che si occupano di fenomeni relativamente semplici, mentre il grado di complessità dei fenomeni sociali è così alto che è impossibile trovare delle leggi che ci permettano di fare delle previsioni. A rendere complessi i fenomeni sociali non è solo l’enorme numero delle variabili in gioco, ma anche il fatto che queste variabili sono il più delle volte in linea di principio inconoscibili. Ad esempio, l’andamento delle esportazioni di un certo prodotto può dipendere da fattori climatici imprevedibili, da disastri ambientali, dalle speculazioni di borsa, dal risultato delle prossime elezioni, da colpi di stato che avvengono in paesi lontani dove il prodotto viene esportato. E aggiungiamo subito un “eccetera”, perché altrimenti la lista non finirebbe mai.

Se anche disponessimo di un supercomputer capace di fare dei calcoli sulla base di algoritmi dati, non potremmo comunque inserire le informazioni di cui abbiamo bisogno, perché non riusciremmo a reperirle in alcun modo. Le nostre teorie economiche sono pertanto destinate a rimanere “algebriche”, perché siamo di fatto (e in linea di principio) incapaci di sostituire le variabili con dei dei valori determinati. Il che, tradotto in parole più semplici, significa che non potremmo mai impiegare le nostre migliori teorie economiche per fare delle previsioni concrete. Al massimo potremmo fare delle “previsioni ipotetiche”, cioè delle previsioni che dipendono in larga parte da fenomeni il cui accadere (o non accadere) è totalmente incerto. In ogni caso, lo spettro dei fenomeni compatibili con le nostre teorie è troppo ampio perché queste possano mai essere falsificate in senso stretto (possono esserlo in senso lato, come vedremo tra poco).

L’evoluzione come caso paradigmatico

Un caso paradigmatico di fenomeno altamente complesso è costituito dall’evoluzione delle specie viventi. Che l’evoluzione sia regolata dai meccanismi della selezione naturale individuati da Darwin è un fatto oggi assodato. Questi meccanismi funzionano indipendentemente dalle particolari circostanze ambientali da cui hanno origine. Proprio per questo, gli stessi meccanismi possono dare origine a gruppi di organismi completamente differenti, a seconda di come variano le circostanze ambientali. Questo fa sì che sia impossibile, sulla base della teoria darwiniana, fare delle predizioni su come le specie si evolveranno in futuro. Non solo, ma se potessimo viaggiare indietro nel tempo, sarebbe per noi impossibile prevedere la comparsa della specie homo (o di qualunque altra specie a venire) a partire dalle informazioni a nostra disposizione. Scrive Hayek:

La teoria in quanto tale […] descrive solo uno spettro di possibilità. Nel fare questo, essa esclude altri possibili eventi, e ciò la rende falsificabile. […] Se venisse osservata una sequenza di eventi che non possono essere inseriti nel suo schema – ad es. se i cavalli improvvisamente partorissero dei cavallini con le ali […] – dovremmo considerare la teoria come confutata.

Questo punto è notevole: la teoria della selezione naturale soddisfa pienamente il criterio della falsificabilità, ed è in questo senso pienamente scientifica. Non è, dunque, una forma di pseudo-scienza o di proto-scienza, ma è una scienza matura. Ciononostante, essa non consente di fare delle previsioni specifiche, ma solo previsioni ad ampio spettro. Le stesse limitazioni valgono anche per le scienze umane, dall’economia alla psicologia. L’idea che queste scienze possano un giorno arrivare alla “previsione totale” (cioè alla formulazione di leggi con un potere predittivo paragonabile a quello delle scienze naturali) è quindi un dogma privo di fondamento.

La dispersione sociale delle conoscenze e le economie di mercato

Questa è la ragione per cui la politica dovrebbe astenersi il più possibile dall’interferire con l’economia. Il tipo di conoscenze che sono rilevanti per prendere decisioni in campo economico non sono, infatti, di tipo scientifico, non sono cioè conoscenze di leggi universali, ma conoscenze idiosincratiche di fatti particolari, legati a circostanze di tempo e di luogo. Queste conoscenze locali sono disperse tra i vari membri della società, e non c’è modo di unificarle. Già Adam Smith notava che “ognuno, nella propria condizione locale, può giudicare molto meglio di qualsiasi uomo di Stato o legislatore quale sia la specie di industria interna che il suo capitale può impiegare.” (Smith, 1776, p. 584) L’idea hegeliana (e poi socialista, e poi fascista) che lo Stato possa ricapitolare in sé l’intero sapere di un popolo è la versione misticheggiante del dogma della previsione totale.

La dispersione sociale delle conoscenze è anche la ragione per cui le economie di mercato sono, in generale, più efficienti delle economie pianificate di stampo socialista. In un’economia di mercato, dove gli scambi avvengono per lo più liberamente, i singoli sono guidati nelle loro scelte dai prezzi di mercato. Questi riflettono l’intensità della domanda e la scarsità relativa di beni e servizi. Quando un bene o un servizio diventa più scarso i consumatori cercano delle alternative, spingendo così l’industria all’innovazione. Quando il prezzo di un prodotto sale, la domanda si sposta su altri prodotti simili, favorendo così la competizione. Non c’è nessuna intenzionalità, nessuno “Spirito del mondo” dietro a questi processi, così come non c’è nessuna “disegno intelligente” dietro all’apparente efficenza nel modo in cui le specie si evolvono.

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Hayek, Friedrich A. (1967) “The Theory of Complex Phenomena: A Precocious Play on the Epistemology of Complexity”, in Hayek, F. A. (1967) Studies in Philosophy, Politics and Economics, Routledge & Kegan Paul, London, pp. 22-42.

Smith, Adam (1776) An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations, tr. it. La ricchezza delle nazioni, UTET, Torino 1975.

Per una controstoria dello scetticismo

Scetticismo

Secondo un’opinione molto diffusa, la credulità sarebbe plebea per essenza, mentre lo scetticismo sarebbe il contrassegno più chiaro di uno spirito raffinato e profondo: «è l’aristocrazia dell’intelligenza», dicevano i fratelli Goncourt.

Può darsi che sia così. Storicamente, però, lo scetticismo filosofico è sempre stato usato per combattere delle battaglie di retroguardia. Il ricorso alla testimonianza dei sensi è tollerabile finché corrobora gli antichi dogmi della tradizione. Ma non appena delle controprove vengano portate alla luce, ecco che si rispolvera il solito vecchio organetto di argomentazioni scettiche. Allora si scopre che i sensi ci ingannano.

In età moderna, ad esempio, lo scetticismo venne usato per difendere la fede cristiana dall’avanzare della nuova scienza sperimentale. Galileo aveva dimostrato che la fisica e la cosmologia aristotelica erano false. Ciò aveva assestato un colpo durissimo all’autorità della Chiesa, che subito corse ai ripari. Si capì che non era sufficiente perseguitare gli eretici e mettere all’Indice i loro libri: bisognava anche impedire che alle nuove generazioni venisse in capo l’idea di seguire le loro orme.

Non stupisce allora scoprire come in Francia, intorno alla figura del potente cardinale Richelieu, venisse a formarsi un circolo di lìbertins érudits di chiara fede pirroniana. Fra questi, spiccano i nomi di Marandé, segretario del cardinale, e di La Mothe Le Vayer, precettore del futuro Luigi XIV. Quest’ultimo pensava che il valore dello scetticismo stesse nell’eliminare la possibilità e, con ciò stesso, anche l’interesse per la scienza. La ricerca scientifica era vista come una forma di empietà che doveva essere abbandonata per lasciare posto alla fede.

Del resto, già Montaigne qualche tempo prima aveva detto che non bisogna meravigliarsi se i nostri mezzi terreni non possono attingere al soprannaturale. E aggiungeva:

noi, per parte nostra, possiamo metterci solo l’obbedienza e la sottomissione.

Fu in questo clima di scetticismo diffuso che sorse la filosofia di Cartesio. Egli fu il più scaltro e lungimirante dei suoi contemporanei, perché capì che la rivoluzione in corso non si poteva fermare. Galileo aveva vinto, ma si poteva comunque usare lo scetticismo per costringerlo a incorporare la vecchia metafisica nelle premesse del discorso scientifico. Che cosa ci insegna dopotutto Cartesio? Che per sconfiggere lo scettico è necessario postulare l’esistenza di un Dio che garantisca l’affidabilità dei sensi. Ciò significa: mandate pure in soffitta Aristotele! Mettete a soqquadro la natura con le vostre indagini e i vostri esperimenti! Ma sappiate che se un giorno foste tentati di revocare in dubbio l’esistenza di Dio, dovreste dubitare anche dei vostri sensi. In questo modo lo scetticismo tornerebbe fuori dal Tartaro in cui l’abbiamo cacciato e l’intero edificio della scienza crollerebbe come un castello di carte.