La logica del razzismo

adolf-hitler

Nessuno nega che si possano dare delle spiegazioni biologiche per i nostri comportamenti. Ad esempio, sembra evidente che la sopravvivenza della nostra specie dipenda in larga parte dalla cooperazione. Ma la cooperazione richiede, a sua volta, l’osservanza di certe regole morali, come il non mentire, non rubare, e così via. Non possiamo allora pensare che sia possibile dedurre tutti i principi della morale a partire da alcuni fatti biologici originari? No, il massimo che possiamo fare è dare delle spiegazioni di alcuni fatti morali. Ma le spiegazioni morali non vanno confuse con le giustificazioni morali. Se continuerete a leggere questo articolo, capirete perché.

Una prima ragione per cui le spiegazioni non vanno confuse con le giustificazioni è questa. Il ragionamento che ho fatto sopra dimostra, al massimo, che se vogliamo cooperare, allora dobbiamo essere sinceri gli uni con gli altri. Ma la vera domanda è: perché dovremmo voler cooperare piuttosto che no?

Voi direte: perché altrimenti la nostra specie si estinguerebbe! Certo, ma questa spiegazione non fa che spostare la mia domanda: perché dovremmo volere la continuazione della nostra specie piuttosto che no?

Una spiegazione morale ti dice che, se vuoi realizzare un certo fine, allora devi fare una certa cosa. Ma non ti dice perché dovresti voler realizzare quel fine. Kant chiamava le spiegazioni morali “imperativi ipotetici”. Come dice il termine, gli imperativi ipotetici hanno sempre la forma se… allora: se vuoi laurearti, allora devi studiare; se vuoi arrivare a Milano, allora devi prendere il treno; se vuoi mantenerti in salute, allora devi fare sport. Gli imperativi ipotetici non sono delle vere leggi morali, perché non stabiliscono i fini delle nostre azioni, ma solo i mezzi per realizzarli.

La seconda ragione per cui non bisogna confondere la spiegazione con la giustificazione è che le decisioni morali non possono mai essere derivate dai fatti. Prendete, ad esempio, la vecchia disputa tra i Sofisti e Aristotele sul tema della schiavitù. Alcuni Sofisti pensavano che la schiavitù fosse ingiustificata a partire dal fatto che tutti gli uomini nascono uguali. Scriveva ad esempio Antifonte:

Quelli nati da nobili padri, noi rispettiamo e onoriamo, mentre non rispettiamo né onoriamo quanti non vengono da un casato nobile. In questo ci comportiamo reciprocamente come barbari, poiché per natura tutti siamo uguali in tutto, barbari e Greci. Basta considerare ciò che è necessario per natura a tutti gli uomini: tutti possono procurarselo nello stesso modo e in tutto questo nessuno di noi può essere definito barbaro o greco; infatti, tutti respiriamo l’aria con la bocca e con le narici, e mangiamo con le mani tutti. (D-K, 87, B 44, Framm. B)

L’argomento di Antifonte è dunque il seguente: non esiste alcuna differenza biologica che possa giustificare la disparità di trattamento che i Greci riservano ai barbari, i nobili alla gente comune, i signori agli schiavi.

Di diverso avviso era Aristotele. Secondo lui:

la natura vuol segnare una differenza nel corpo dei liberi e degli schiavi: gli uni l’hanno robusto per i servizi necessari, gli altri eretto e inutile a siffatte attività, ma adatto alla vita politica […]. Dunque, è evidente che taluni sono per natura liberi, altri schiavi, e che per costoro è giusto essere schiavi. (Aristotele, Politica I, 5)

Secondo Aristotele, le differenze biologiche esistono, eccome! Lo schiavo si riconosce dal fatto che il suo corpo è più robusto e vigoroso, e quindi predisposto dalla natura al lavoro manuale.

Chi ha ragione dei due, Aristotele o Antifonte? Scommetto che il vostro voto va ad Antifonte. Ho indovinato? Beh, avete sbagliato. Hanno torto tutti e due.

Già, perché il fatto che gli uomini siano per natura uguali o diversi è totalmente irrilevante rispetto al problema della schiavitù. Se anche fosse vero quello che dice Aristotele (e cioè che alcune razze sono per natura più robuste di altre) da ciò non seguirebbe che, allora, sarebbe giusto ridurle in schiavitù. E se anche fosse vero quello che dice Antifonte (che gli uomini sono tutti uguali) da ciò non seguirebbe che la schiavitù è ingiusta.

Quest’ultimo è un errore molto comune, in cui cascano quasi sempre i difensori dei diritti civili. Vale la pena di soffermarcisi sopra per un momento. Chi dice: “Non è giusto discriminare sulla base del sesso, della razza o della religione perché siamo tutti uguali” non si rende conto dell’implicazione logica di questa sua affermazione. L’implicazione è che se, invece, si dimostrasse che non è vero che siamo tutti uguali, allora la discriminazione sarebbe giustificata.

Facciamo un caso concreto. Supponiamo che venga introdotta una limitazione al suffragio sulla base della nazionalità di provenienza, e che si dica: “Gli immigrati e i figli degli immigrati non hanno diritto di voto perché il loro quoziente intellettivo è inferiore alla media.” Un difensore dei diritti civili potrebbe ribattere: “Questa legge è ingiusta, perché non è assolutamente vero che gli immigrati hanno un quoziente intellettivo inferiore alla media”. Pessimo argomento! Perché se anche fosse vero che il QI degli immigrati è inferiore alla media, questo fatto non giustificherebbe comunque la loro estromissione dal corpo elettorale. Sottolineando il fatto che gli immigrati hanno lo stesso QI dei nativi italiani, il paladino dei diritti civili dimostra di accettare la premessa di fondo dell’argomento razzista: l’idea, cioè, che un fatto naturale possa giustificare un’azione discriminatoria. Questo per dire che non basta dichiararsi anti-razzisti per esserlo veramente. Bisogna innanzitutto capire qual è la logica che sta alla base del razzismo: è l’errore che consiste nella pretesa di ricavare conclusioni morali a partire dai fatti.