Hume e la sua critica all’induzione in poche parole

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Avete una grande urna nella quale sono contenute delle biglie. Iniziate a tirarle fuori una alla volta. La prima è nera, e così anche la seconda, la terza, la quarta, ecc. Dopo che avete estratto le prime cento biglie, vi fermate e scrivere questo argomento su una lavagna:

(1) Tutte le biglie che ho estratto finora sono nere, quindi

(2) la prossima biglia che estrarrò sarà sicuramente anch’essa nera.

Vi pare un ragionamento corretto? No, e infatti non lo è, perché la conclusione non segue dalla premessa. Anche se è vero che tutte le biglie estratte finora sono nere, da questo non segue che la prossima biglia sarà nera. Infatti possiamo benissimo pensare che sia rossa o di qualunque altro colore diverso dal nero.

Se vogliamo che la conclusione segua dalla premessa dobbiamo aggiungere un’altra premessa al nostro ragionamento:

(1) Tutte le biglie che ho estratto finora sono nere

(2) per ciò che riguarda le biglie, in futuro le cose andranno come in passato, quindi

(3) la prossima biglia che estrarrò sarà sicuramente nera.

Adesso abbiamo un argomento corretto, nel senso che la conclusione segue dalle premesse. La premessa (2) è l’ingranaggio mancante che fa funzionare l’argomento. Chiamiamo la premessa (2) “l’assunzione di uniformità”, perché assume che le cose accadano in modo sempre uniforme, che in futuro non ci saranno sorprese, e indichiamo questa assunzione con la lettera U.

U rende l’argomento corretto, dicevo. Che l’argomento sia corretto, però, non significa che sia anche valido (sound). Per essere valido, infatti, non basta che la conclusione segua logicamente dalle premesse. Bisogna anche che le premesse siano entrambe vere. Solo allora la conclusione sarà, anch’essa, necessariamente vera. Esaminiamo allora le premesse.

Che la premessa (1) sia vera, lo sappiamo dall’esperienza, avendo potuto constatare che tutte le biglie estratte finora sono nere. Diamo dunque la prima premessa per buona.

Ma come facciamo a sapere se U è vera? Come facciamo a sapere, cioè, che in futuro le cose andranno come sono andate finora?

Se siete empiristi, dovete rispondere che tutte le nostre conoscenze derivano, direttamente o indirettamente, dall’esperienza. Non esistono cose come conoscenze innate o verità a priori. Quindi, il massimo che potete fare, è dire che noi crediamo U perché finora le cose sono andate così. In questo modo, però, voi state dicendo:

(1) Finora sono uscite solo biglie nere, quindi

(2) per quanto riguarda le biglie, in futuro le cose andranno come sono andate finora (= U).

Ma questo argomento ha esattamente lo stesso problema del primo che ho presentato: la conclusione non segue dalla premessa. Se vogliamo renderlo corretto, dobbiamo aggiungere una premessa, e dire:

(1) Finora sono uscite solo biglie nere

(2) per quanto riguarda le biglie, in futuro le cose andranno come sono andate finora, quindi

(3) per quando riguarda le biglie, in futuro le cose andranno come sono andate finora.

Questo argomento ha un problema, perché la stessa asserzione compare sia come premessa che come conclusione. Questo vuol dire che si assume fin dall’inizio la verità dell’asserto che, invece, si tratterebbe di dimostrare per mezzo del ragionamento.

Riassumendo, posso dire che la prossima biglia che estrarrò dall’urna sarà sicuramente nera solo a partire da U, e posso dire che U è vera, solo se assumo U. Quindi, di fatto, non ho nessuna vera ragione per supporre che U sia vera.

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Gentile confuta Darwin… o quasi

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Nella sua Teoria generale dello spirito come atto puro (§ 16), Giovanni Gentile formula una curiosa confutazione della teoria della selezione naturale di Darwin. La confutazione si basa su una sorta di esperimento mentale: “S’immagini”, scrive Gentile, “un momento in cui una data specie ci sia, e non ci sia ancora quella superiore che ne deve scaturire, secondo la teoria evoluzionistica pretende”. Per rendere più concreto l’esperimento, immaginate il tempo in cui sulla terra esistevano gli archeobatteri o altri organismi unicellulari, ma non le altre forme di vita più complesse: soprattutto niente uomini. Fatto? Bene. Adesso vediamo cosa succede:

ove ben si rifletta, non sarà difficile avvertire che il passaggio da un grado all’altro della natura non è intelligibile se non trascorrendo colla mente da quel momento, in cui il secondo grado non c’è, al successivo, in cui c’è il primo e il secondo e il loro rapporto.

Quindi: il passaggio dallo stadio degli archeobatteri a quello successivo in cui compaiono gli organismi multicellulari è pensabile (“intelligibile”, scrive Gentile) solo “trascorrendo con la mente” dallo stadio degli archeobatteri allo stadio degli organismi multicellulari. In termini ancora più semplici, quello che Gentile sta dicendo è: per poter pensare il passaggio da A ad A+B devo prima pensare ad A e poi ad A+B.

Vi chiederete: che cosa potremmo mai ricavare da una constatazione così banale? Gentile ne ricava moltissimo. Ne ricava addirittura una confutazione dell’evoluzionismo. Il testo infatti continua con queste parole:

in tutta la lunghissima catena dell’evoluzione il primo anello si pone sempre innanzi al nostro pensiero insieme con tutti gli altri, fino all’ultimo; cioè fino all’uomo, che non è più natura, e distrugge quindi, col suo solo intervento, la possibilità di concepire la natura, in quanto tale, evoluzionsticamente.

Quindi: se proviamo a pensare l’intera catena dell’evoluzione partendo dagli organismi più semplici, alla fine di questa catena troviamo l’uomo, cioè un essere pensante. In quanto è un essere pensante, l’uomo non è semplicemente un oggetto tra gli oggetti (“non è più natura”), ma è un soggetto, una coscienza. Ora, il fatto che esista l’uomo, cioè il fatto stesso che esista un essere pensante, rende impossibile “concepire la natura evoluzionisticamente.”

Berkeley

Ma perché? Perché per Gentile, come già per il vescovo Berkeley, è assurdo pensare che la realtà possa esistere indipendentemente dal pensiero. La teoria della selezione naturale presuppone che sia esistito un tempo, lunghissimo, in cui sulla terra non esistevano animali pensanti, un tempo in cui il mondo esisteva senza essere pensato da nessuno. Ma ciò per Gentile è assurdo. Pertanto l’evoluzionismo deve essere falso. Gentile conclude così il suo argomento:

la condizione imprescindibile per intendere la natura […] in movimento, è che l’oggetto non si distacchi dal soggetto, e non si ponga in sè […].

L’intero argomento poggia dunque sulla confutazione di Berkeley della cosa in sé. Una confutazione che Gentile dà per scontata e che non si preoccupa di esaminare criticamente. Anzi, per Gentile, il problema di Berkeley è di non essere stato all’altezza della propria “felice intuizione” (Cfr. § 1). Ma in cosa consiste esattamente l’argomento di Berkeley? In questo: pensare che le cose possano esistere indipendentemente da una mente pensante è contraddittorio. E a quelli che la pensano diversamente, Berkeley risponde:

Ma, direte, non c’è niente di più facile che immaginare che esistano alberi, ad esempio in un parco, o libri in uno studio, senza che vi sia nessuno a percepirli. Rispondo che certo potete farlo, in questo non c’è nessuna difficoltà: ma non state forse formando nella vostra mente certe idee che chiamate libri e alberi, omettendo nel contempo di formulare l’idea di qualcuno che possa percepirli? Non state forse voi stessi pensando o percependo quelle idee? Questo, dunque, non prova nulla: mostra soltanto che avete il potere di immaginare o di formare idee nella vostra mente, ma non che potete concepire la possibilità che gli oggetti del pensiero esistano al di fuori della mente. Per questo, è necessario che concepiate che tali oggetti esistano senza essere concepiti o pensati, ciò che è una contraddizione manifesta. (Berkeley, 1710)

Questo argomento si basa sulla premessa, che qui rimane implicita, per cui le cose non sono altro che insiemi o collezioni di percezioni (ad esempio, un albero non è che un insieme di forme, colori, ecc.). Integrando questa premessa con quello che viene detto sopra otteniamo il seguente argomento:

(1) le cose sono insiemi di percezioni, ma

(2) le percezioni non possono esistere senza un soggetto percipiente, quindi

(3) le cose non possono esistere senza un soggetto percipiente.

Dal momento poi che le percezioni sono, di fatto, contenuti della mente, e cioè, secondo la terminologia dell’epoca idee, l’argomento assume questa forma generale, che Gentile fa sua:

(1) le cose sono insieme di idee, ma

(2) le idee non possono esistere senza un soggetto pensante, quindi

(3) le cose non possono esistere senza un soggetto pensante.

Ora, il punto debole di questo argomento è la premessa (1). Berkeley sembra qui confondere fra due tesi: una tesi epistemologica e una tesi ontologica. La tesi epistemologica riguarda il modo in cui noi conosciamo le cose. La tesi ontologica riguarda la natura o essenza delle cose. Da un punto di vista epistemologico è certamente vero che noi conosciamo le cose sensibili (come libri e alberi) per mezzo delle percezioni o idee. Ma da questo non segue che, allora, le cose sono identiche a percezioni o idee. Allo stesso modo, un conto è dire che possiamo vedere solo ciò che è illuminato, un altro è dire che esiste solo ciò che è illuminato. Berkeley sembra invece assumere che, siccome possiamo conoscere solo ciò che percepiamo, allora esistono solo cose percepite. Ma questa è una petizione di principio: la ragione per cui è contraddittorio pensare che le cose possano esistere indipendentemente dal pensiero è che si assume, fin dall’inizio, che esistano solo pensieri.

Eppure ancora oggi, in Italia, c’è chi prende sul serio questo argomento. Severino, ad esempio, che a proposito della scienza scrive:

Si aggiunga che la scienza intende fondarsi sull’«osservazione». Ma la gran questione è che la realtà, che per la scienza esisterebbe egualmente anche se l’uomo non esistesse (l’uomo, dice la scienza, compare soltanto a un certo punto dello sviluppo dell’universo), è per definizione ciò che non è osservato dall’uomo, ciò di cui l’uomo non fa esperienza. Ciò significa: non può esserci esperienza umana di ciò che esiste anche quando l’umano non esiste; e quindi l’affermazione che la realtà è indipendente dall’uomo finisce anch’essa con l’ essere una semplice fede o quella forma di fede che è il grado anche più alto di «probabilità». (Nuovo realismo, vecchio dibattito. Tutto già conosciuto da millenni, in “Corriere della sera”, 31/08/2011)

Nietzsche contra Nietzsche

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L’insetto o l’uccello percepiscono un mondo del tutto differente da quello umano… la questione di determinare quale delle due percezioni sia la più giusta è del tutto priva di senso, poiché una misura in proposito dovrebbe essere stabilita in base al criterio della percezione esatta, cioè in base a un criterio che non esiste.

Così parlava il giovane Nietzsche, a cui però chiediamo: posto che il nostro modo di percepire sia uno dei tanti possibili, perché percepiamo proprio in quel modo e non in un altro? è un modo totalmente arbitrario? è possibile percepire un mondo che non ha nulla a che fare con la realtà esterna? e, in questo caso, potremmo ancora parlare di percezione? o non dovremmo forse parlare di allucinazione? non è forse vero che le percezioni servono alla sopravvivenza? e come potrebbero esserci utili se non ci agganciassero, in qualche modo, alla realtà? Ma lasciamo che sia lo stesso Nietzsche, ora divenuto maturo, a rispondere:

Non si tratta di “soggetto” e “oggetto”, ma di una determinata specie animale che prospera soltanto a condizione di una relativa esattezza… delle sue percezioni (in modo da poter capitalizzare l’esperienza).

Ben detto! Ma allora dobbiamo correggere il tiro, e affermare: il fatto che le diverse specie utilizzino diverse chiavi di accesso alla realtà è irrilevante. Per quanto diverse, queste chiavi devono in qualche modo aderire alla serratura (cosa che sanno bene gli scassinatori). In ogni caso, è sempre possibile comparare i diversi modi di percepire sulla base del criterio dell’esattezza. Chi percepisce più esattamente, e cioè chi ha maggiore capacità di discriminare, di cogliere maggiori dettagli, ha per ciò stesso più probabilità di sopravvivere. Così insegna anche la storia del mimetismo animale: chi non sa vedere il predatore appostato tra le piante è spacciato.

Come una baia spalancata sul mare

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Quando Esiodo racconta la genesi del cosmo e degli dèi che lo abitano sta divulgando il contenuto di una visione, l’epifania di quello sfondo primordiale che si trova al di là dei fenomeni, che nessun intelletto potrà mai scandagliare, ma che può solo essere oggetto di una rivelazione divina, e di cui il poeta non è che il passivo tramite. Il poeta, come lo sciamano e l’indovino, ha la straordinaria capacità di entrare in contatto con le forze mistiche che gli consentono di vedere ciò che è proibito ai mortali. Nel pensiero arcaico, l’io è una baia spalancata su un mare di potenze sovrannaturali. L’idea che l’anima, esplorando se stessa, possa trovare la via d’accesso a una verità di ordine superiore sopravvive anche nella filosofia.

Eraclito invitava a non ascoltare lui, ma la voce del logos che risuona dal pozzo senza fondo dell’anima: «I confini dell’anima non li potrai mai trovare, per quanto tu percorra le sue vie; tanto profondo è il suo logos.» Anche l’orfico Platone pensava che la verità fosse sepolta nell’interiorità dell’anima. La filosofia, diceva, esorta l’anima

a raccogliersi in sé, a non fidarsi che di se stessa e solo di quella realtà che ella indaga con le sue facoltà e a giudicare falsa, invece, quell’altra, mutevole e contingente, che ella esamina con mezzi non suoi; perché questa è sensibile e visibile, mentre quella è intelligibile e invisibile.

Dei sensi si può, anzi, si deve dubitare, mentre delle rappresentazioni interne dell’anima ci si può fidare. In questo modo la concezione sciamanica per cui una rappresentazione, per il semplice fatto di provenire dall’interno, è indubitabile, diventa un principio metodologico della filosofia. Ed è significativo notare quanto poco i filosofi abbiano dubitato delle loro rappresentazioni interne.

Persino Socrate, questa piatta torpedine capace di paralizzare la mente di chiunque lo avvicinasse, non ha mai dubitato della sua voce interiore (per lui lo fece Nietzsche, che parlò di allucinazioni uditive interpretate religiosamente).

Né ha mai dubitato Cartesio di possedere la libertà dell’arbitrio, quando pure la logica stessa del suo argomentare avrebbe dovuto spingerlo a farlo. Dopotutto, se un genio malvagio può indurmi in errore sulle mie percezioni sensoriali, perché non potrebbe farlo anche a proposito della mia libertà? Non potrei credere di essere libero di volere ciò che voglio e di pensare ciò che penso quando in realtà non lo sono?

Oppure, cosa ci impedisce di pensare che possa esistere un animale sonnambulo capace di compiere gli atti più spirituali del volere, del ricordare e persino del pensare senza il rispecchiamento della coscienza e l’autoriferimento che li accompagna?

Ma Cartesio non arriva a tanto, perché continua a credere nell’autoevidenza delle proprie esperienze interiori.

In ciò egli fu ancora uno sciamano.

Labyrinthum Daedalus

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Il topo di laboratorio vede perfettamente le pareti del suo labirinto, e può essere abbastanza intelligente da trovare una via d’uscita. Ma presumibilmente non sa di trovarsi in un labirinto, né di essere l’oggetto di un esperimento condotto da un mammifero molto più intelligente di lui. La sua comprensione del mondo è esatta, ma limitata a quei pochi elementi che sono necessari alla sopravvivenza della sua specie.

Quante più cose, invece, conosce lo sperimentatore! Egli sa di trovarsi in un minuscolo granello di terra che gravita nello spazio infinito. E sa di galassie e nebulose, e dei molti altri pianeti simili al suo. Anche lui, come il topo, può scrutare le pareti del suo labirinto. Ma non è detto che possa veramente comprenderlo. Può darsi che per questo ci voglia un’intelligenza che oltrepassa le sue facoltà.

Forse, da qualche parte nell’universo, esistono delle creature che sono tanto più intelligenti di lui, quanto lui lo è rispetto ai suoi topi. Per queste ultraintelligenti creature, le grandi conquiste del genere umano non sono che trastulli puerili. Finora abbiamo dubitato dei sensi a causa di un pregiudizio atavico nei confronti del corpo, quando avremmo dovuto dubitare del nostro intelletto. O forse dovremmo dubitare di ogni intelletto. Forse esistono labirinti da cui nessuno uscirà mai vivo.