Perché Aristotele non crede nell’esistenza delle idee

Per rispondere a questa domanda, devo prima dire un paio di cose sulla logica di Aristotele. Da un punto di vista tematico, possiamo suddividere la logica aristotelica in tre parti:

1) Lo studio dei termini.

2) Lo studio dei giudizi.

3) Lo studio dei ragionamenti.

Queste tre parti stanno tra loro in un rapporto gerarchico: i termini si uniscono tra loro per formare i giudizi; i giudizi, a loro volta, si uniscono tra loro per formare dei ragionamenti.

L’analisi dei termini viene fatta nell’opera intitolata Categorie. Per “termini” si intendono quelle parti del discorso che servono a denotare, cioè a indicare qualcosa. Ci sono vari tipi di termini. Per semplicità, ci limiteremo a considerarne solo due: i nomi propri e i nomi comuni.

I nomi propri, da un punto di vista logico, sono dei termini singolari, cioè sono parole che denotano singoli oggetti. Ad esempio, la parola “Socrate” è un termine singolare, perché si riferisce a un solo individuo.

I nomi comuni, da un punto di vista logico, sono dei termini universali o concetti, perché denotano insiemi o gruppi di oggetti. La parola “uomo” indica l’insieme degli esseri umani. Questo è ciò che pensa Aristotele.

Se però avessimo chiesto a Platone che cosa denotano i nomi comuni, ci avrebbe dato una risposta diversa. Ci avrebbe detto che anche i nomi comuni sono termini singolari, perché si riferiscono alle idee, le quali sono oggetti particolari. Il nome “uomo”, ad esempio, si riferisce all’idea di uomo, un oggetto particolare che esiste nell’iperuranio. Per Platone esiste una singola idea di uomo, e la parola “uomo” la denota.

Qui, però, c’è un problema piuttosto evidente: se “uomo” è un termine che si riferisce a una singola entità come mai lo usiamo per riferirci anche ad altre entità singolari, e diciamo, per esempio, che “Socrate è un uomo” e che “Callicle è un uomo”?

Platone risponderebbe che il termine “uomo” denota una singola entità. Tuttavia, questa entità è in qualche modo condivisa o partecipata in ogni singolo uomo.

Questo però sembra suggerire che l’idea di uomo sia insieme una e molteplice, e ciò sembra assurdo, perché sarebbe come se dicessimo che esiste un solo naso, il mio, e che questo stesso naso è condiviso in tutte le vostre facce.

Platone era consapevole di questo problema, e ha cercato in vari modi di risolverlo. Una soluzione possibile è questa: esiste un solo uomo (l’idea di uomo). Quest’uomo, però, non è direttamente presente in ogni singolo uomo, lo è indirettamente, lo è nello stesso senso per cui diciamo che un piede è indirettamente presente nell’impronta che ha lasciato sulla sabbia. In questo caso, il rapporto che c’è tra l’idea di uomo e i singoli individui umani è lo stesso tipo di rapporto che c’è tra un piede e un’impronta o, meglio ancora, tra un prototipo e le varie repliche di quel prototipo.

Questa soluzione sembra a prima vista soddisfacente: non siamo più costretti a dire che l’idea di uomo è insieme una e molteplice. Diremo che il nome “uomo” è un termine singolare che si riferisce all’idea di uomo, e che gli altri individui umani sono delle copie in serie di quella.

Tuttavia, nemmeno questa soluzione funziona, perché siamo messi di fronte a un dilemma: o diciamo che la parola “uomo” si riferisce esclusivamente all’idea di uomo, ma allora siamo costretti a dire che Socrate e Callicle non sono uomini. Oppure diciamo che la parola “uomo” si riferisce tanto all’idea di uomo, quando a Socrate e a Callicle, ma allora “uomo” non è un termine singolare, ma è un termine universale: una parola che si riferisce a un gruppo o a un insieme di cose. Ma se “uomo” è un termine universale, allora non denota più una singola entità immateriale (l’idea), ma un insieme di oggetti materiali (gli uomini). Se scegliamo la prima opzione, esiste un solo uomo ideale; se scegliamo la seconda, non esiste alcun uomo ideale.

Aristotele pensa che solo questa seconda opzione sia praticabile: i nomi comuni sono degli universali.

Ma cosa vuol dire esattamenteche un concetto si riferisce a una molteplicità di oggetti? In che modo lo fa?

Lo fa denotando la caratteristica o l’insieme delle caratteristiche che quegli oggetti hanno in comune. Così, il concetto “uomo” si riferisce all’insieme delle caratteristiche comuni a tutte le cose che noi chiamiamo esseri umani. Per Aristotele queste caratteristiche sono due: l’essere un animale, e il fatto di possedere la capacità di ragionare.

I nomi comuni, dunque, non sono termini singolari, ma sono termini universali, o concetti, perché denotano caratteristiche comuni a gruppi di cose. Queste caratteristiche comuni hanno, inoltre, una peculiarità: hanno, per così dire, un’esistenza parassitaria, cioè possono esistere solo come attributi o proprietà di altri oggetti.

Prendiamo l’attributo della razionalità. Per Aristotele, la razionalità non può avere un’esistenza autonoma, può solo esistere come la razionalità di Socrate, di Callicle, ecc. Allo stesso modo, il bianco o la bianchezza non esiste autonomamente, ma solo come la bianchezza di questa o quella cosa.

Questo significa che non abbiamo più bisogno di postulare l’esistenza delle idee platoniche, perché i concetti non denotano delle fantomatiche sostanze immateriali, ma attributi di cose materiali.

È interessante osservare che Platone era ben consapevole dell’esistenza di questo grave problema annidato nella sua teoria. I suoi dialoghi della maturità sono disseminati di tentativi di soluzione, a riprova del fatto che la questione lo ha tormentato per anni. Aristotele deve aver pensato che l’impresa fosse disperata. Per questa ragione lasciò cadere la teoria delle idee.

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Cos’è la teoria delle idee di Platone?

 

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Questo pezzo è super-introduttivo. Supponiamo che io disegni a mano libera un triangolo su un foglio di carta, e vi dica: “Questo è un triangolo.”

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Voi potreste rispondermi: “No, quello che hai disegnato non è proprio un triangolo. I lati di un triangolo sono segmenti perfettamente rettilinei, quelli che hai disegnato tu, invece, sono pieni di irregolarità. Più che un triangolo, questa è qualcosa che assomiglia a un triangolo, una sua copia imperfetta.”

Allora io prendo un altro foglio e disegno un nuovo triangolo, stavolta usando un righello. Poi vi dico: “Ecco, questo è un triangolo!”

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Ma voi mi potreste rispondere che nemmeno questo è un vero triangolo: “Prima di tutto, il fatto che noi non vediamo delle irregolarità a occhio nudo, non significa che non ci siano. Se osservassimo questo nuovo disegno con una lente di ingrandimento, riusciremmo sicuramente a trovare delle irregolarità anche in questo disegno. Il massimo che possiamo concederti è che hai realizzato una copia migliore, più perfetta della precedente. Ma sempre di una copia si tratta, sempre di un’approssimazione.”

La morale di questa storia è che diversi triangoli che io disegno possono essere ordinati in una scala di perfezione che va dal meno perfetto al più perfetto. Un triangolo disegnato sulla sabbia con un bastone starà in fondo alla scala, uno disegnato a mano libera su un foglio di carta sta a metà della scala, uno disegnato col righello, sta invece nella parte alta della scala. Mano a mano che saliamo i gradini della scala, il grado di perfezione dei triangoli aumenta sempre di più.

Se noi, però, ci chiediamo: potremmo mai disegnare un triangolo che non sia una semplice copia approssimativa? La risposta è no, non possiamo. Anche se ci servissimo di strumenti sempre più sofisticati, nessun triangolo da noi disegnato potrà mai essere considerato perfetto. Tutto ciò che possiamo fare è incrementare sempre di più il grado di perfezione dei triangoli che disegniamo, ma senza mai giungere alla perfezione assoluta.

Questo significa forse che il triangolo perfetto non esiste?

No! Secondo Platone il triangolo perfetto esiste. Non come oggetto materiale, bensì come idea. L’idea di triangolo è il modello a cui facciamo riferimento quando stabiliamo la scala di approssimazione dei diversi triangoli che vediamo disegnati.

Pensateci un attimo: come facciamo a dire che un triangolo tracciato col righello è un approssimazione migliore di uno fatto a mano libera? Che tipo di operazione mentale compiamo, quando diciamo che il primo triangolo è migliore del secondo? Guardiamo i due triangoli, e li confrontiamo con una sorta di modello ideale. Il triangolo che si avvicina di più al modello ideale viene definito “migliore”.

Ma se non avessimo un modello di riferimento, non avremmo alcuna ragione per dire che un triangolo fatto col righello è migliore di uno fatto a mano libera: migliore rispetto a che cosa? Tutt’al più, potremmo dire che i due triangoli sono diversi fra loro, ma senza poter stabilire una scala gerarchica di alcun tipo.

Viceversa, il fatto stesso che noi possiamo inserire i diversi triangoli in una scala di perfezione crescente dimostra l’esistenza di un modello di riferimento. Questo modello è, per l’appunto, ciò che Platone chiama “idea di triangolo”.

Le idee sono pertanto i modelli a cui le realtà materiali si conformano. L’idea di triangolo è il modello a cui si conformano tutti i triangoli. Ma lo stesso discorso lo possiamo fare anche per tutte le altre cose: l’idea di giustizia, per esempio, è il modello a cui si conforma ogni singola azione giusta, l’idea di bellezza è il modello a cui si conforma ogni singola cosa bella, e così via.

Principali caratteristiche delle idee

Una volta definite le idee, passiamo a elencare le loro caratteristiche. Queste sono fondamentalmente cinque:

1. Le idee sono modelli, mentre le cose materiali sono delle copie

Questo punto è stato in parte già discusso, ma va approfondito meglio. La teoria platonica per cui le cose materiali sono copie delle idee va contro il senso comune, cioè va contro il modo di pensare della gente comune. Se infatti chiediamo a un non-platonico da dove deriva la nostra idea di bellezza o di triangolo, la risposta che probabilmente otterremo è la seguente: “La mia idea di triangolo mi deriva dall’aver visto molti triangoli materiali. La mia memoria ha conservato l’immagine di questi triangoli, e questa immagine è ciò che io, appunto, chiamo ‘idea di triangolo’. Allo stesso modo, l’idea di bellezza mi deriva dall’aver visto molte cose belle. L’idea di bellezza è quindi un’immagine mentale che deriva dagli oggetti materiali che hanno la proprietà di essere belli.” Quindi il non-platonico pensa che le idee siano copie, e non modelli, cioè la pensa esattamente all’opposto di Platone.

Ora, che tipo di obiezione potrebbe muovere Platone a questo argomento? Direbbe più o meno questo: se l’idea di triangolo fosse una copia, cioè una fotografa mentale dei triangoli materiali che abbiamo visto, allora, dal momento che i triangoli materiali sono imperfetti, anche l’idea di triangolo (che è appunto una copia di questi) dovrebbe avere le stesse imperfezioni degli originali. Pensando a un triangolo, noi dovremmo pensare a una figura irregolare, appunto perché abbiamo supposto che l’idea è un copia mentale dei triangoli materiali.

Di fatto, però, ciò non accade: quando pensiamo a un triangolo, non pensiamo a una figura irregolare, ma pensiamo a una figura perfetta. Quindi la nostra idea di triangolo non può essere la copia di qualcos’altro, ma deve essere qualcosa di originario, un modello, appunto. Lo stesso discorso può essere fatto per le altre idee: la bellezza, la giustizia, il bene, ecc. Quindi, per Platone, il mondo materiale è una copia del mondo delle idee.

2. Le idee sono conoscibili attraverso l’intelletto, le cose materiali sono conoscibili attraverso i sensi

Nessun occhio fisico potrà mai vedere l’idea di triangolo. Gli occhi fisici vedono solo triangoli materiali, e i triangoli materiali sono approssimazioni, copie imperfette dell’idea di triangolo. L’idea di triangolo può essere vista solo dall’occhio della nostra della mente, cioè dall’intelletto.

Questo significa che l’uomo possiede due strumenti di conoscenza: i sensi e l’intelletto. Attraverso i sensi (vista, udito, tatto, gusto e olfatto) noi conosciamo gli oggetti materiali, attraverso l’intelletto noi conosciamo le idee. I sensi sono strumenti in dotazione del corpo, mentre l’intelletto è uno strumento in dotazione dell’anima. L’uomo è dunque l’insieme di queste due cose: il corpo e l’anima. Il corpo conosce la materia attraverso i sensi, l’anima conosce le idee attraverso l’intelletto.

3. La conoscenza delle idee non avviene tramite l’esperienza, ma è innata

“Innata” è una conoscenza che non è stata appresa per esperienza, ma che abbiamo sempre avuto. Secondo Platone, la conoscenza delle idee è di questo tipo. C’è un dialogo intitolato Menone, in cui Platone ci dà una dimostrazione di questo fatto. In questo dialogo, Socrate dialoga con uno schiavo analfabeta. Lo schiavo non ha ricevuto nessun tipo di istruzione: non sa leggere né scrivere, né far di conto. Attraverso una serie di domande, e senza mai suggerirgli la risposta, Socrate riesce a far dimostrare allo schiavo il teorema di Pitagora. Da dove proviene allo schiavo la conoscenza del teorema di Pitagora? Non da Socrate, che si limita a fare allo schiavo delle domande. Quindi, se questa conoscenza non gli deriva dall’esterno, gli deriverà dall’interno, cioè sarà una conoscenza innata. Lo schiavo non impara che cos’è il teorema di Pitagora, ma lo scopre dentro di sé. Platone dice che lo schiavo “ricorda” il teorema di Pitagora, e Socrate, con le sue domande, non fa che aiutarlo a ricordare. Questo procedimento, per cui la conoscenza delle idee riaffiora alla coscienza dell’uomo si chiama “reminiscenza”.

Quindi, secondo Platone, l’apprendimento delle idee non avviene per esperienza, ma per reminiscenza, ossia attraverso il ricordo. L’anima di ciascuno di noi conserva il ricordo delle idee: ricordo che può essere facilitato dallo studio della filosofa, il cui compito è appunto quello di farle riemergere in superficie.

Voi vi chiederete: come facciamo noi a conoscere le idee fin dal primo giorno di vita? Platone risponderebbe che non bisogna confondere l’anima e il corpo. Nascita e morte riguardano il nostro corpo materiale, ma l’uomo non è solo il suo corpo perché, come abbiamo visto, possiede anche un’anima. Ed è per mezzo dell’anima che l’uomo conosce le idee. Ora, l’anima, a differenza del corpo, è una sostanza immateriale. Come tale, non è soggetta alle trasformazioni cui soggiacciono gli oggetti materiali. Quindi è immortale.

Ciò che noi chiamiamo “esistenza”, pertanto, non è che l’unione temporanea di un anima immortale con un corpo mortale. Quando un individuo cessa di vivere, la sua anima si separa dal corpo e si congiunge con un altro corpo, in un ciclo infinito che Platone chiama “metempsicosi”. Ogni volta che l’anima si reincarna in un nuovo corpo, i ricordi e le percezioni sensoriali della sua vita precedente vengono perduti per sempre, mentre la conoscenza delle idee rimane integra ed intatta. Questa è la ragione per cui l’uomo possiede delle conoscenze innate che non dipendono dall’esperienza.

4. Le idee non si trovano nella nostra mente, ma sono entità dotate di un’esistenza reale, indipendente da noi

Le idee esistono al di fuori della nostra mente, proprio come gli oggetti materiali. Quindi non esiste una sola realtà, ma due: il mondo della materia e il mondo delle idee. Platone dà anche un nome al mondo delle idee: lo chiama “iperuranio”. Iperuranio è una parola greca che letteralmente significa “al di là del cielo”. Poiché la volta del cielo per i Greci era il confine ultimo del mondo materiale, allora le idee si devono trovare per forza al di là di questo confine, cioè al di là del cielo, appunto.

5. Le idee sono immutabili, le cose materiali sono mutevoli

Una bella persona può diventare brutta col passare degli anni, ma la bellezza, cioè l’idea di bellezza, non potrà mai diventare bruttezza. Una persona giusta può diventare ingiusta a seconda delle circostanze, ma la giustizia non potrà mai diventare ingiustizia. Le cose materiali sono dunque mutevoli, ma le idee sono immutabili. Le cose materiali sono periture, cioè destinate a morire, mentre le idee sono eterne.