Come provare cose con le parole

Definire

Dare una definizione significa stabilire le proprietà che un oggetto deve avere per essere chiamato con un certo nome. Ad esempio, dare una definizione di triangolo significa stabilire quali proprietà deve avere un oggetto per essere chiamato “triangolo”. Nel caso del triangolo, la definizione è qualcosa del tipo: poligono con tre lati e tre angoli. Se un oggetto è un poligono con tre lati e tre angoli, allora lo chiameremo “triangolo”. Naturalmente, le definizioni sono totalmente arbitrarie, perché non c’è nessuna ragione per cui un poligono con tre lati e tre angoli debba essere chiamato proprio “triangolo”. Potremmo benissimo decidere di usare la parola triangolo per denotare i cavalli.

Supponiamo allora che qualcuno ci venga a dire che la nostra definizione di triangolo è sbagliata perché, in verità, un triangolo è un mammifero a quattro zampe che nitrisce. A costui potremmo rispondere che se gli piace usare la parola “triangolo” in quel modo è liberissimo di farlo, ma che questo non prova che la nostra definizione sia sbagliata, perché tutte le definizioni sono arbitrarie. Al massimo si può dire che una definizione è idiosincratica, e cioè che non si conforma all’uso corrente. Chiamare “triangolo” ciò che tutti gli altri chiamano “cavallo” è un modo idiosincratico di usare la parola “triangolo”. In questo senso è sbagliato.

Ora, il modo in cui definiamo le parole è importante, perché influenza il nostro giudizio sulle cose. Prendiamo, ad esempio, la parola “socialismo”, e chiediamoci: ha fallito il socialismo nella storia? La risposta dipende, naturalmente, da cosa intendiamo per “socialismo”. L’Unione Sovietica, ad esempio, si definiva uno stato socialista, e ha fallito. Questo ci autorizza a dire che, dunque, il socialismo ha fallito? Qualcuno potrebbe dire di no, sulla base di questo argomento: “È vero che l’Unione Sovietica si è autoproclamata uno Stato socialista, ma non era un vero Stato socialista, perché mancava di certe caratteristiche che uno Stato socialista dovrebbe avere.” In pratica, si sta dicendo che i russi usavano la parola “socialismo” in modo idiosincratico, per definire qualcosa che non possedeva le caratteristiche comunemente impiegate per definire il socialismo.

Un modo per dirimere la questione potrebbe essere quello di vedere se l’Unione Sovietica rientrava nella definizione standard di socialismo. Dal momento che il socialismo di cui stiamo parlando è quello di stampo marxista, questa definizione potrebbe essere cercata nei testi di coloro che sono considerati i padri fondatori del movimento marxista, vale a dire Marx ed Engels.

Quello che non è lecito fare è modificare la definizione di “socialismo” allo scopo di salvarlo dalla confutazione storica. Supponiamo che Marx abbia detto che per avere uno Stato socialista è sufficiente che i mezzi di produzione di un Paese vengano nazionalizzati. Se questa è la definizione di socialismo, allora l’Unione Sovietica era uno Stato socialista a tutti gli effetti, perché ha nazionalizzato i mezzi di produzione. Quindi è corretto dire che il fallimento dell’Unione Sovietica è il fallimento di uno Stato socialista. Ma se per evitare di riconoscere il fallimento si cambia la definizione di socialismo, allora si sta giocando con le parole.

Annunci

Il verbalismo e l’esistenza dei draghi

 

grisu

Uno dei pericoli costanti della filosofia è quello di scadere nel verbalismo. In un post precedente ho cercato di mostrare come ciò possa accadere quando cerchiamo di rispondere a domande apparentemente semplici come: “che cos’è…?”

Lo stesso pericolo lo corriamo quando ci poniamo la domanda su ciò che esiste. Supponiamo, ad esempio, di chiedere a due individui, che chiameremo Luca e Sara, se, secondo loro, esistono i draghi. Luca dice che esistono, mentre Sara dice che non esistono. Chi dei due ha ragione? Per rispondere a questa domanda dobbiamo innanzitutto capire come usano la parola “esistere”.

Sara dice: “Io uso questa parola in riferimento alle cose di cui, direttamente o indirettamente, possiamo fare esperienza per mezzo dei sensi. I cani esistono perché li posso vedere direttamente. Le onde elettromagnetiche esistono perché ne posso avere un’esperienza indiretta, attraverso degli strumenti che ne rilevano la presenza. Dei draghi non posso fare in alcun modo esperienza, quindi non esistono.”

Luca ci risponde in questo modo: “Io ho un concetto più ampio di esistenza. Per me non esistono solo le cose che possono essere esperite dai sensi, ma anche le cose che possono essere semplicemente immaginate. Siccome io posso benissimo immaginare i draghi, dico che esistono.”

Ora, fin qui il disaccordo tra Sara e Luca è dovuto unicamente al fatto che danno sensi diversi alla parola “esistere”: si tratta pertanto di un disaccordo puramente verbale. Il disaccordo sarebbe sostanziale se, invece, Luca e Sara dessero lo stesso senso alla parola “esistere” e, ciononostante, fossero in disaccordo sull’esistenza dei draghi.

Supponiamo, ad esempio, che entrambi pensino che esistano solo le cose che si possono esperire per mezzo dei sensi e che per Sara i draghi non esistono, mentre per Luca esistono. A questo punto avremmo un vero disaccordo, e questo sarebbe un bene, perché allora la questione potrebbe essere risolta. Sara potrebbe dire: “Ok Luca, se pensi veramente che i draghi esistano, allora fammene vedere uno!”

Le dispute verbali hanno invece questa caratteristica: che non possono essere risolte, perché nessuno dei contendenti si rende conto che non c’è nulla da risolvere.

Con questo non voglio dire che il problema dell’esistenza sia uno pseudoproblema (non sono un neopositivista!), perché potremmo ancora chiederci – e sarebbe una domanda perfettamente sensata – se abbia ragione Sara a dire che esistono solo le cose che possono essere esperite dai sensi, oppure Luca, per il quale esistono anche le cose che possono essere immaginate.

Ma su questo tema mi sono già espresso.