Legalizzare è una questione (anche) di diritto. La mia risposta a Bonetti

Io sono per la depenalizzazione di tutte le droghe. Se questo fa di me un libertario e non un liberale, pazienza. Non sono particolarmente attaccato alle etichette.

Ma l’idea che un vero liberale debba essere a favore del proibizionismo è curiosa, specie quando il liberale in questione si richiama alla dottrina del liberalismo classico di John Stuart Mill.

È questo il caso di Paolo Bonetti, che conclude il suo articolo a favore del proibizionismo con queste parole accondiscendenti: “Dispiace dirlo, perché i libertari sono spesso umanamente simpatici, ma l’etica libertaria è soltanto la scimmia di quella liberale.”

 

Bene, vediamo allora qual era l’opinione del liberale classico Mill sul proibizionismo.

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Cos’è il particolarismo morale e perché è interessante

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In questo articolo proverò a spiegarvi cos’è il particolarismo morale in poche parole e nel modo più semplice possibile.

Prendiamo una regola morale, come: “Non mentire.”

Ci sono tre modi in cui possiamo interpretarla: in modo assoluto, in modo contributivo o in modo particolarista.

L’interpretazione assolutista

Supponiamo di interpretarla in modo assoluto. Questo vuol dire che la regola “non mentire” vale come un imperativo categorico, cioè come una regola che non ammette eccezioni.

Questo tipo di interpretazione ha una serie di problemi. Eccone uno. Supponiamo di avere un sistema morale che contiene solo due regole:

1) Non mentire.

2) Difendi gli innocenti.

Supponiamo adesso che si verifichi questo caso. Una ragazza vi bussa alla porta chiedendovi di nasconderla in casa vostra. Un gruppo di persecutori la stanno braccando e la vogliono uccidere perché appartiene a una certa minoranza. La regola (2) vi obbliga ad aiutarla, quindi le date asilo.

Qualche ora dopo bussano di nuovo alla vostra porta. Stavolta sono i persecutori della ragazza. Sono una decina e sono tutti armati. Vogliono sapere se nascondete la ragazza in casa. La regola (1) vi obbliga a dire loro la verità. Se dite loro la verità, però, venite meno alla regola (2) che vi obbliga a difendere gli innocenti. Abbiamo quindi una situazione in cui dire la verità è contemporaneamente giusto e sbagliato. Giusto in base a (1) e sbagliato in base a (2). La vostra teoria morale è contraddittoria.

Ci sono vari modi di difendere l’interpretazione assolutista da questa critica. Uno di questi consiste nell’incorporare delle restrizioni nelle regole. Ad esempio, la regola “Non mentire”, potrebbe diventare: “Non mentire, a meno che non sia per difendere un innocente.” In questo modo, il nostro sistema morale diventa:

1bis) Non mentire, a meno che non sia per difendere un innocente.

2) Difendi gli innocenti.

Tutto bene? No, perché non abbiamo più un sistema di regole assolute. Adesso abbiamo un sistema nel quale una sola regola è assoluta, la (2). Questo nuovo sistema ci dice, in sostanza, che la vecchia regola (1) è valida, fintantoché non entra in conflitto con (2). Se entra in conflitto con (2) non è più valida: prevale la (2). Ma allora non abbiamo più un’interpretazione rigidamente assolutista delle regole morali.

L’interpretazione contributiva

Un modo per risolvere questo problema consiste nell’abbandonare l’interpretazione assolutista in favore dell’interpretazione contributiva delle regole morali. Secondo questa interpretazione, le norme morali vanno interpretate come se avessero un loro peso specifico. Ciascuna norma ha un proprio peso specifico. Quando abbiamo una situazione in cui due norme confliggono tra loro, noi dobbiamo confrontare il peso specifico di ciascuna norma, come faremmo con due pesi sul piatto di una bilancia, e vedere da quale parte pende l’ago.

Secondo l’interpretazione contributiva, la regola: “Non mentire” va interpretata come se dicesse: “Mentire è un wrong-making factor, cioè un fattore che contribuisce a rendere sbagliata un’azione, ma che lascia aperta la possibilità che l’azione nel suo complesso sia giusta”. Così, se un’azione non contiene solo il fattore della menzogna, ma anche quello di salvare una persona, allora il fattore della menzogna è soverchiato dal fattore per cui salvare una vita è più importante. Nel complesso l’azione è giusta, a dispetto del fatto che viola la regola pro tanto contro la menzogna.

L’interpretazione particolarista

Se l’interpretazione contributiva è corretta, allora il peso specifico delle diverse norme morali è invariante, cioè rimane sempre lo stesso in tutte le situazioni possibili. Se mentire è un wrong-making factor, lo è sempre, anche quando la menzogna accade in un’azione che è complessivamente giusta. Il che è un po’ come dire: se una certa mela pesa un etto, continuerà a pesare un etto sia che la pesiamo da sola, sia che la pesiamo con altre mele.

È a questo punto che il particolarista avanza la sua critica. Secondo lui, il peso specifico delle varie norme non è invariante, ma può cambiare a seconda del contesto: è, come si dice, context-sensitive. Il particolarismo è, pertanto, una forma di olismo delle ragioni: per il particolarista, ciò che costituisce un wrong-making factor in un caso, può costituire un right-making factor in un altro caso. Ma non esiste qualcosa come il peso specifico invariante di una norma o di un fattore morale.

Come interpreterebbe il particolarista il caso dei persecutori? Semplicemente direbbe che, in quel caso, la regola “non mentire” è sbagliata perché c’è di mezzo la vita di una persona, e non che è giusta, ma che è soverchiata da altre regole più importanti.

BIBLIOGRAFIA

In questo articolo non ho citato nessuno, ma un minimo di bibliografia potrebbe essere utile per chi fosse interessato ad approfondire. Allora, per l’interpretazione assolutista potete leggere Kant, of course:

KANT, IMMANUEL (1875), Grundlegung zur Metaphysik der Sitten, tr. it. Fondazione della metafisica dei costumi, Laterza, Roma-Bari 2013.

Per l’interpretazione contributiva, invece, leggete questo libro di Ross:

ROSS, WILLIAM D. (1930), The Right and the Good, Clarendon Press, Oxford.

Per l’interpretazione particolarista, leggete Dancy (il tipo nella foto):

DANCY, JONATHAN (2004) Ethics Without Principles, Claredon Press, Oxford.